Nicola Terracciano (1): COMMEMORAZIONE DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA DEL 1799, in relazione A TERRA DI LAVORO, anche in occasione dei 215 anni della sua proclamazione (23 gennaio), (tenuta a Marcianise il 24 gennaio 2014 all’interno dell’iniziativa del locale Cenacolo Artistico -Letterario: Dalla rivoluzione a Napoli del 1799 alla nascita del nuovo Stato)

 

Esprimo anzitutto la gratitudine per l’onore dell’invito e il piacere di venire e di parlare qui a Marcianise, terza città della Provincia di Caserta coi suoi 40.000 abitanti dopo Caserta ed Aversa, in questa città importante della mia terra natale, Terra di Lavoro, alla quale nonostante tutto sono profondamente legato (essendo nato a Parete, con ginnasio-primo liceo al “Cirillo” di Aversa, docente allo stesso Liceo “Cirillo”, poi al Liceo Scientifico “Fermi”, per anni, prima dell’esperienza di preside in varie parti d’Italia, con finale approdo a Formia, ma sempre storica Terra di Lavoro).  Sono legato a Terra di Lavoro soprattutto per le sue memorie alte e nobili, che qui a Marcianise e nella vicina Capodrise, sempre storicamente collegata con Marcianise, si legano per me ai nomi del letterato risorgimentale Federico Quercia (1824-1899), dello scultore Onofrio Buccini (1825-1896), molto legato nelle sue opere alle memorie risorgimentali (dai Martiri come il vescovo Michele Natale e Leopoldo De Renzis a Domenico Cimarosa), soprattutto di Domenico Santoro (1872-1903), straordinaria e commovente figura di letterato, di garibaldino, di internazionalista, di socialista, di organizzatore di leghe contadine, del grande poeta Elpidio Ienco (1892- 1959), dell’esperienza della rivista “Crociere Barbare” (1917), di Saverio Merola (1882 – 1960), sindaco socialista e poi giellista e azionista (nelle elezioni del 1946 il Partito d’Azione  col suo simbolo “Repubblica Giustizia e Libertà” fu il secondo partito a Marcianise dietro la DC e Merola ebbe un vasto consenso, che mi è carissimo per comunanza di idealità politiche e culturali, ed è stata scoperta importante per le notizie datemi dal prof. Marino, che ringrazio anche per questo), di Carmine Cimmino (1934 – 1994) e della “Rivista Storica di Terra di Lavoro” (coi quali ho collaborato profondamente e attraverso i quali ho avuto opportunità di fare e coltivare fondamentali, preziose amicizie),  per la presenza animatrice di vera cultura e di sincero impegno civile e politico di testimoni viventi, quali ad es. il prof. Alberto Marino, che ringrazio per la stima e l’invito, e il preside Tommaso Zarrillo, che è stato anche sindaco di questa nobile cittadina con rigore e impegno costruttivo e che ha retto con competenza, con sensibilità umana e culturale il citato Liceo, anche mio, “Cirillo” di Aversa, legato nel nome alla Repubblica Napoletana del 1799. Ringrazio per la gentile e cortese presenza i colleghi presidi Domenico Rosato, coordinatore del Cenacolo, e Francesco Piccolo, il dott. Lucio Girardi e la sua gentile Signora, la prof.ssa Gigliola Georgiacodis, il dott. Francesco Letizia, e gli altri gentili amici e amiche presenti.

Ringrazio in particolare Donato Musone, appassionato, prezioso ricercatore e cultore di storia locale, promotore di animazione culturale e civile a Marcianise, fondatore dell’associazione “Risvegli Culturali” e dell’omonimo ricco e importante sito internet, e della Biblioteca ”Federico Quercia”, che mi ha fatto dono per l’occasione di questa serata culturale e di memoria del suo importante libro, riccamente illustrato di immagini e di documenti, che cercavo, dall’ispirazione giannoniana, Storia Civile di Marcianise, del 2010,  nel contesto del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il cui logo autorizzato campeggia sulla copertina. Il libro dedica largo spazio  (tutto il secondo capitolo, pp. 25-41) alle vicende del 1799 in generale e a Marcianise in particolare, con riferimenti ai componenti della Municipalità Repubblicana locale del 1799, al principale responsabile di essa, Tommaso Testa, ai membri della Truppa Civica, ad uno dei più fervidi aderenti della Repubblica, Michelangelo Farina, che conobbe poi persecuzioni e carcere. Opportunamente si pongono a confronto alla fine del capitolo il catechismo “repubblicano” del vescovo Martire Michele Natale (la cui madre era di Capodrise) e quello “monarchico” del marcianisano vescovo borbonico di Sessa Pietro De Felice, dai quali emergono in contrapposizione la modernità, la profondità, la profezia, la contemporaneità delle considerazioni liberali, democratiche, repubblicane di Natale e le posizioni feudali, di monarchia assolutista per diritto divino, di posizioni clericali e reazionarie di De Felice, all’interno delle quali non brilla nemmeno un raggio di diritto del “suddito” (esecrata è la parola di ‘cittadino’, così nobilmente e indimenticabilmente descritta da Natale), il cui dovere è ubbidire sempre, anche di fronte alla malvagità e all’arbitrio, alle autorità costituite tradizionali a tutti i livelli, senza mai lamentarsi, senza mai nemmeno respirare.  

Ricordo che i presenti prof. Marino e il preside Zarrillo sono autori della più rigorosa e pregevole ricerca su Domenico Santoro, la principale figura della storia politica di Marcianise, edita a Napoli, presso Guida editore, nel 2003

Santoro ebbe vivissimo il valore della memoria dei Martiri e dei protagonisti della Repubblica Napoletana del 1799, tanto che pubblicò un appassionato articolo il 18 settembre 1898 sul “Giornale di Caserta” dal titolo “Per Monsignor Natale e per Vincenzo Russo”.

La figura di Santoro ci spinge ad una fondamentale riflessione: l’Ottocento è stato il secolo del liberalismo e della nazionalità, il Novecento il secolo della democrazia e della questione sociale. I due secoli sono stati spesso l’uno contro l’altro armati, tanto che per voler risolvere la questione sociale si è giunti a rinnegare Libertà e Patria, che non sono valori borghesi, ma universali di liberazione e di avanzamento storico e civile, se rettamente intesi e non confusi naturalmente l’una, la Libertà, con capitalismo, liberismo sfrenato, ideologia di classe, l’altra, la Patria, col nazionalismo chiuso, bellicoso e tragico.

La scissione nel Novecento tra democrazia, socialismo da una parte e libertà e patria dall’altra ha prodotto effetti tragici e devastanti a livello politico, economico, sociale, civile, culturale, di memoria.

Su di noi, eredi di vicende complessissime, incombe il compito, indubbiamente arduo, difficile, ma doveroso, di conciliare il patrimonio di valori e di idealità alte e nobili dell’Ottocento e del Novecento, riprendendoli, senza scinderli, senza contrapporli, si ripete, senza deformarli, senza rimuoverli. Nel solco e nell’esempio del vostro concittadino Santoro, che seppe essere insieme patriota garibaldino e socialista liberaldemocratico, sensibile all’Internazionalismo ed ai valori, ai protagonisti, ai  Martiri della Repubblica Napoletana 1799.

Essa fu posta da Benedetto Croce, benemerito, memorabile studioso di quella fondamentale esperienza con un classico libro nel 1912, La Rivoluzione Napoletana del 1799, e sempre difensore della sua memoria per tutta la sua vita con costanti approfondimenti, come fondamento ed inizio del Risorgimento Italiano, memorabile vicenda e rottura rivoluzionaria della storia d’Italia, aspirazione dei più grandi e nobili spiriti della nostra Patria, a partire dal Padre Dante, che ci ha dato dopo secoli di divisioni, di soggezioni straniere, di servaggi feudali e clericali, le fondamentali conquiste dell’Unità, della Libertà, del Costituzionalismo, smarriti poi dal fascismo e dalla monarchia sabauda (che pure era stata per vari aspetti benemerita storicamente), ma che furono riconquistate con l’Antifascismo e la Resistenza, e inverate pienamente con la nostra cara Repubblica Libera, Democratica, Sociale, sogno dei Martiri Repubblicani italiani, anzitutto napoletani, e di Mazzini, con voto di popolo il 2 giugno 1946, e che dobbiamo difendere dai suoi nemici, espliciti ed occulti, rozzi e raffinati, clericali e non clericali, e rafforzare, rinsaldare nelle sue fondamenta morali e di memoria..

 Ogni profilo del Risorgimento liberale e democratico di Terra di Lavoro (provincia secolare, di estensione quasi regionale, che andava da Nola e Palma Campania a Gaeta, Fondi, Sora, prima dell’irrazionale, inaccettabile soppressione fascista del 1927, foriera anche della dispersione della memoria risorgimentale, che va assolutamente recuperata,  per ritrovare comuni radici nobili e alte, che rischiano di andare perdute per sempre nella vorticosa contemporaneità, anche per contribuire a far nascere una necessaria religione civile contro ogni tipo di barbarie, istituendo un ‘Museo del Risorgimento di Terra di Lavoro’) non potrà mai prescindere o non partire dall’esperienza della Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799, che segnò una prima fondamentale rottura del Mezzogiorno feudale, assolutista, clericale, innestandosi sul moto riformatore napoletano del Settecento delle scuole del Giannone, del Genovesi, del Filangieri.

Si innalzarono alberi della libertà in ogni cittadina e anche a Marcianise, come ricorda, anche con disegni, il citato libro di Musone a pagina 30, dove vengono riportate le parole del sindaco repubblicano Testa, proclamate sotto di esso ”Cittadini giuro io, giurate voi odio eterno al Tiranno, ed a tutti li Tiranni, ed amore e fedeltà alla madre Repubblica.”  

Ma quell’esperienza fu tragicamente troppo breve, durata solo CINQUE mesi (23 gennaio – 24 giugno), per poter produrre le trasformazioni politiche, sociali, capaci di renderla più solida e fondata su un più ampio consenso.

Furono la congiuntura internazionale, gli eserciti stranieri (in primo piano e direttamente inglesi, russi, turchi, tutti anticattolici, a smentire le insorgenze a favore della religione, e austriaci indirettamente), la mobilitazione monarchica e clericale delle masse fanatizzate da anni di propaganda falsa e deformata dai pulpiti contro la Francia, contro i  principi immortali di libertà, di eguaglianza, di fraternità, non la pretesa ‘astrattezza’ o ‘non adeguatezza’ dei patrioti repubblicani liberaldemocratici napoletani, le vere cause storiche che portarono alla fine tragica di quella prima esperienza.

Si erano fanatizzate le masse analfabete, contadine e cittadine, dai pulpiti per dieci anni dal 1789 al 1799 (tema storico rimosso e poco studiato), parlando di “atei” e finanche di “mangiatori di bambini”, di “giacobini”, quando i giacobini erano  fuori legge nella Francia del Direttorio (1794-1799) e i repubblicani napoletani e francesi rispettarono ovunque la religione cattolica, e vi furono adesioni di sacerdoti e di vescovi come quello di Vico Equense, Michele Natale, nativo di Casapulla, poi afforcato in modo disumano a Piazza Mercato a Napoli,  e alla luce dei principi della libertà religiosa erano stati emancipati per la prima volta gli ebrei, come avvenne nella memorabile, poco studiata, Repubblica Liberaldemocratica Romana del 1798-1799, antecedente e madre di quella napoletana.

La Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799 quindi non fu nè “giacobina”, nè “passiva e minoritaria”, nè fu abbattuta in primo luogo dalle insorgenze e dal sanfedismo del cardinale Ruffo, in nome della religione cattolica e dei valori tradizionali.

Essa, nella sua “realta effettuale”, come direbbe Machiavelli, fu “antigiacobina”, ebbe un suo consenso popolare, civile e religioso (tra i suoi Martiri vi furono due popolani come Michele Marino e Antonio Avella), anche con la prima presenza politica femminile (di cui Eleonora de Fonseca Pimentel resta la figura più memorabile e moderna, devotamente ripresa oggi, anche col suo “Monitore Napoletano”, via internet, dalla sua storica fedele e commovente, dott.ssa Antonella Orefice).

La Repubblica Napoletana fu abbattuta soprattutto dal più grande stratega e ammiraglio della storia, l’inglese e anglicano Nelson, che aveva a disposizione da Palermo, non lontanissimo quindi dal Mezzogiorno continentale e dallo stesso Golfo di Napoli, navi della più grande flotta del mondo, con cannoni e truppe da sbarco, fucilieri gallesi e scozzesi, e che ebbe l’aiuto coordinato sul continente anche di contingenti russi e turchi, tutti e tre esponenti di paesi anticristiani e anticattolici, anglicani, ortodossi, musulmani, alleati dei Borboni, di clericali e di feudatari, ossessionati solo dalla perdita del potere e della roba e disposti ad allearsi anche col diavolo, anche con i nemici secolari del cattolicesimo e finanche del cristianesimo (come i turchi), oltre che con criminali, assassini, banditi, lazzari, armigeri e vassalli feudali di tutte le risme, ai quali proposero il miraggio del saccheggio indiscriminato e insieme il perdono civile e religioso, oltre l’intangibilità dei privilegi mostruosi secolari.

Si aggiunsero il più infame spergiuro e il tradimento dei patti della storia nella fase finale della lotta ad opera di Nelson e dei suoi vili complici criminali, scappati a Palermo, Ferdinando e Carolina.

I Repubblicani, decisi a tutto, avevano in mano a giugno 1799 ancora i Castelli dell’Elmo, Castelnuovo (il Maschio Angioino), Castel dell’Ovo, il Castello del Carmine, con cannoni e grande armamento e viveri e potevano essere resistenti e minacciosi nei confronti di ogni parte della capitale.

Essi furono ingannati, dopo aver firmato i patti, che prevedevano il non essere colpiti, se restavano in patria, o il poter espatriare in Francia.

La decisività di Nelson è confermata storicamente dalla constatazione che, senza più Nelson e la sua potenza  di fronte alla seconda venuta del Francesi e degli esuli nel 1806, non ci fu nessuna riconquista di Napoli, anche se Carolina da Palermo finanziava come nel 1799 briganti e delinquenti e gli inglesi appoggiavano e pagavano anch’essi questi tristi figuri.

Il cardinale Ruffo nella sua carica e nel suo cognome incarnò la feudalità ecclesiastica e civile meridionale, che aveva il terrore sociale ed economico nei confronti della Repubblica, che poneva al primo posto l’abbattimento dell’infame regime feudale.

La Repubblica doveva essere sconfitta e abolita ad ogni costo per motivi internazionali di rivalità e di odio dell’Inghilterra monarchica conservatrice contro la Francia repubblicana e per il dominio del Mediterraneo, complici i Borboni di Napoli (stranieri come tutti i dominatori del Mezzogiorno, un figlio di spagnolo e un’austriaca), senza dignità di politica indipendente, fiera, accorta, e per motivi interni di resistenza e di odio sociale della feudalità religiosa e temporale.

La Resistenza repubblicana nelle province e a Napoli fu eroica e indimenticabile e fu vinta alla fine, si ripete,  solo col tradimento e con il più infame e memorabile spergiuro della storia, che fu deprecato finanche dallo zar di tutte le Russie, espressione dell’assolutismo più feroce in Europa, ma sensibile, per motivi elementari di onore, ad un impegno che il suo delegato a Napoli aveva assunto e firmato.

Tutta l’Europa civile, anche monarchica assolutista, inorridì (e rimane anche oggi inorridita) poi di fronte alle scene di autentica barbarie che si ebbero a Napoli, con fenomeni di cannibalismo dei lazzari fanatizzati nei confronti dei corpi dei Martiri Repubblicani, impiccati e lasciati esposti in Piazza Mercato come esempio.

Si giunse poi al caso estremo indegno del corpo già impiccato del grande Martire Vincenzio Russo (da mettere accanto a Giordano Bruno) di una seconda morte, perché non essendosi confessato e comunicato, perché non voleva essere ipocrita, essendo filosoficamente agnostico, la notte stessa fu portato con le torce al Ponte della Maddalena e lì sepolto senza segno, come si faceva per assassini, ebrei, atei/agnostici, non avendo diritto ad essere sepolti in spazi sacri di monopolio ecclesiastico (i cimiteri erano non a caso nelle chiese, nei suoi sotterranei e nelle cappelle solo gentilizie) esponendoli agli animali randagi e all’azione di trascinamento nel mare vicino del fiume Sebeto, che passava sotto il ponte.

La Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799 ha lasciato un esempio storico di grandezza etica, politica, intellettuale, culturale, civile, la cui luce mai si spegnerà nel cuore e nella memoria di ogni uomo e di ogni donna di ogni paese del mondo, che abbiano un minimo di sensibilità umana, di intelligenza, di dignità.

Perciò il suo profilo storico vero, la sua memoria vera sono stati sempre deformati, rimossi, denigrati, aggrediti (a partire da un legge borbonica emessa immediatamente dopo la fine della Repubblica, che previde la distruzione sistematica di ogni documento che la riguardasse, con pene severissime,  che spinsero alla scomparsa sistematica quasi assoluta delle fonti ed è sempre un miracolo ed una gioia insieme ritrovarle, come quella recentissima sulle stragi sanfediste ignote nei paesi molisani di Termoli e Casacalenda, trovata dalla citata Antonella Orefice) in vari modi fino ad oggi, per la sua possente carica di liberazione e di dignità,  temuta dai potenti di turno nelle varie epoche e dai loro servi.

Sempre dovranno essere rinnovate le Memorie dei Martiri di Terra di Terra di Lavoro: Vincenzio Russo, nato a Palma Campania, medico ed avvocato, tra i primi rivoluzionari con altri conterranei (come Carlo Lauberg di Teano, Presidente della Repubblica Napoletana del 1799, fondatore del “Monitore Napoletano”, che ebbe poi come reale direzione quella di Eleonora de Fonseca Pimentel, uno dei pochi sopravvissuti, morto poi a Parigi, studiato da Croce e recentemente dalla prof.ssa De Lorenzo), membro della Commissione legislativa della Repubblica, uno dei più originali pensatori politici della seconda metà del Settecento, autore dei «Pensieri politici» (usciti a Roma Repubblicana, liberata dal potere temporale e dal ghetto, nel 1798), che lo collocano teoricamente al limite tra l’estrema democrazia ed il primo socialismo;  Domenico Cirillo, di Grumo Nevano, provincia di Napoli, ma diocesi di Aversa, botanico, medico, filantropo, tra gli intellettuali più noti in Europa (la cui statua illumina ancora oggi lodevolmente il centro della cittadina e la sua più nobile memoria civile); Francesco Bagno nato a Cesa, medico degli Incurabili e professore di anatomia all’Università di Napoli; il citato Michele Natale nato a Casapulla, come già si è ricordato, vescovo di Vico Equense, autore di un «Catechismo repubblicano per l’istruzione del Popolo, e la rovina dei Tiranni», in cui dimostrava la conciliabilità tra cristianesimo, cattolicesimo e libertà, democrazia, repubblica; Pasquale Battistessa nato a Caserta, ufficiale di artiglieria; Ercole d’Agnese nato a Piedimonte d’Alife, già esule in Francia e Presidente poi della Commissione esecutiva della Repubblica Napoletana; Leopoldo de Renzis nato a Capua, colonnello di artiglieria, esponente di una di quelle famiglie di Terra di Lavoro (come ad es. i De Domenico, gli Sticco, i Gallozzi, i Capitelli, i Capocci, i Santilli), che in ogni loro generazione hanno dato testimonianza di idealità politica e di sacrificio per la libertà, l’indipendenza, l’unità del paese meridionale e della patria italiana; Vincenzo d’Ischia nato a Gaeta, tenente di fanteria; Luigi Vernau nato a Ponza (isola che allora faceva parte anch’essa di Terra di Lavoro), ufficiale di artiglieria; Nicola Ricciardi nato a Caserta, ufficiale dei fucilieri; Domenico Perla, di Lusciano, impiegato; Clino Roselli nato ad Esperia nel distretto di Gaeta, professore di ingegneria all’Accademia militare di Napoli; Eleuterio Ruggiero nato a Capua, colonnello; Melchiorre Maffei nato a Caserta,  impiegato; Nicola Mazzola nato a Durazzano presso Maddaloni (ma ora in provincia di Benevento), notaio.

Le bande reazionarie, sanfediste e borboniche, imperversando per Santa Maria C.V. uccisero il parroco Mariano Capo e trucidarono l’inerme Teresina Ricciardi, trovata in casa Matarazzi (in un lato dell’attuale Piazza Mazzini), dove si riunivano i repubblicani liberaldemocratici sammaritani (ed una bella lapide restaurata col palazzo ricorda l’evento del 1799, ad onore di quella  cittadina, epicentro di vicende risorgimentali fino al 1860 e definita anche la ‘Brescia o leonessa’ del Sud, per la diffusa presenza anche di memorie e testimonianze, dalle lapidi ai Moumenti, al Teatro Garibaldi, al cimitero garibaldino di S.Angelo in Formis.

Dopo il martire napoletano ammiraglio Francesco Caracciolo, fatto  impiccare dall’infame inglese anglicano anticattolico Nelson, i primi Martiri del 1799 furono il citato Domenico Perla e il cognato Giuseppe Cotitta, napoletano di nascita, impiccati fuori Porta Capuana.

All’esilio in altre parti d’Italia e soprattutto in Francia, cioè alla morte civile allora, tra i tantissimi, uomini e anche donne (es. Marta Maria Pasciuti del Borgo di Gaeta), ignote alla memoria collettiva e spesso alla ricerca storica, fu costretto anche uno dei più grandi musicisti del Settecento, una delle più alte figure di tutti i tempi della storia di Terra di Lavoro, Domenico Cimarosa, l’autore del ‘Matrimonio segreto’, nato ad Aversa, colpevole per le simpatie repubblicane liberaldemocratiche, per aver musicato inni repubblicani, tra i quali quello che insisteva sul ritornello di Metastasio ”Non sogno questa volta/non sogno libertà”. Cimarosa restò in carcere per quattro mesi. E solo l’intervento da Roma del Cardinal Consalvi e di alcuni ufficiali russi, pur nemici a lui politicamente, ma memori della sua feconda presenza per alcuni anni a S.Pietroburgo, innamorati della sua musica, gaia, ma intima e intinta a volte di malinconia, lo salvò da un più tragico destino. E morì esule a Venezia nel 1801.

Altri esuli, ma in Francia, furono Decio Coletti, nato a Cisterna, distretto di Formicola, avvocato, matematico, magistrato, ma anche poeta, membro con Vincenzio Russo della citata Commissione legislativa della Repubblica, Giovanni Bausan di Gaeta, collaboratore dell’ammiraglio martire Francesco Caracciolo e futuro vero creatore della Marina Militare napoletana nel cosiddetto “decennio francese” (1806-1815), in realtà nel suo apparato governativo, amministrativo, a livello centrale e locale, profondamente “napoletano e meridionale continentale” (essendo di nuovo scappati i Borboni in Sicilia sempre sotto protezione degli anticattolici anglicani inglesi), Antonio Mercogliano di Nola, futuro collaboratore dell’esperienza riformatrice del citato cosiddetto ‘decennio francese’, poi carbonaro nel 1818, poi deputato nel 1820, Mattia Zarrillo di Capodrise, che divenne direttore del Museo Numismatico a Parigi, Domenico Di Fiore di Cesa, che si stabilì a Parigi, come Lauberg ed altri e divenne amico intimo di Stendhal, che lo ha immortalato nella figura del conte di Altamira nel suo romanzo “Il Rosso e il Nero”.

Dalla sola essenziale elencazione, si avverte quanto hanno pesato e pesano ancora sugli irrisolti problemi profondi del nostro caro, amaro Mezzogiorno, quei Morti, quei Martiri, quegli Esuli.

Le forme e l’entità della repressione borbonica, i destini dei singoli e dei gruppi repubblicani e liberaldemocratici locali nel periodo 1799 -1806, oltre le notizie date, sono ancora poco noti, anche per l’intenzionale distruzione di documentazione da parte borbonica, come si è detto,  con legge del 1800. In occasione del recente bicentenario della Repubblica Napoletana del 1799, oltre i fondamentali contributi della prof.ssa Anna Maria Rao, vanno ricordati il volume di Nello Ronga, Il 1799 in Terra di Lavoro. Una ricerca sui Comuni dell’area aversana e sui realisti napoletani, edito nel 2000 e i saggi del prof. Aldo Di Biasio (recentemente e immaturamente scomparso), Rivoluzione e controrivoluzione nell’alta Terra di Lavoro. La Repubblica Napoletana del 1799, edito nel 2001 e Terra di Lavoro. La Repubblica Napoletana del 1799 nelle rievocazioni del Centenario,  del 2002.

Restano da indagare molti altri aspetti di quella esperienza, come ad es.analiticamente, feudo per feudo,  le forme di opposizione e di lotta contro la Repubblica dei feudatari legati a precisi interessi di ceto e di privilegio, non di patria o di religione, con i loro armigeri, con i loro vassalli stretti, coi loro guardiani di campagna, sostanzialmente arroganti e criminali.

Se ci fu una nobiltà maschile e femminile (altro aspetto straordinario e sconvolgente e modernissimo dell’esperienza del 1799, dai Serra di Cassano ai Carafa, ai Caracciolo), la massima parte dei feudatari fu ostile, perchè era e fu programma fondamentale della Repubblica abbattere il regime feudale (come viene fuori dal mirabile “Progetto” di Costituzione elaborato in massima parte da Mario Pagano) e si pose subito in discussione l’abolizione del regime feudale e si approvò immediatamente anche una legge, che attaccava uno degli istituti più ingiusti, quello della primogenitura, che offendeva in modo plateale il valore fondamentale dell’eguaglianza dei cittadini e dei loro diritti.

Ma l’esperienza della Repubblica liberaldemocratica del 1799 non scomparve, come mai scompaiono nella storia le idealità profondamente e fedelmente testimoniate, con sacrifici e anche con la morte, e continuano in vari modi, nelle forme e nei tempi più imprevisti ad operare, ad incidere (e questo è uno dei rari conforti nelle contingenze amare della storia umana).

Così, per nemesi storica, il regno sanguinario, dispotico, clericale di Ferdinando IV fu nuovamente abbattuto dall’esercito di Giuseppe Bonaparte nel 1806, il cui governo (come quello successivo di Gioacchino Murat) ebbe l’appoggio energico, deciso di tanti meridionali locali o esuli, che poterono ritornare da altre regioni d’Italia e dalla Francia (es. i citati Coletti, Bausan, Mercogliano), che erano stati repubblicani liberaldemocratici nel 1799 e poterono, fino al 1815, in dieci anni, contribuire a produrre tante di quelle fondamentali trasformazioni che non erano state possibili nei cinque mesi del 1799 e che restano come conquiste storiche indelebili e sempre da rinnovare del cosiddetto ‘decennio francese’(in realtà “napoletano-meridionale continentale”, di cui ricorre il bicentenario, che andrebbe, andrà celebrato in tutta Terra di Lavoro).

Così fu abolito il regime feudale con la memorabile legge del 2 agosto 1806, fu innalzato dalle fondamenta lo stato moderno, impalcato anzitutto sull’eguaglianza della legge per tutti e sulla nascita dei tribunali (prima i feudatari esercitavano, tiranni e tirannelli locali arbitrari, prepotenti e disumani, la bassa e l’alta giustizia direttamente o attraverso loro delegati, i governatori con le corti baronali, avevano le loro carceri in quei castelli o palazzi feudali, presenti in tutti i paesi meridionali, che racchiudono memorie tristi, ingiuste, dolorose che ancora gridano vendetta al cielo e sono per nulla studiate, e vi erano tante giurisdizioni quanti i ceti sociali meridionali), e Santa Maria fu scelta con la legge 6 agosto 1806 sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno come Capitale di Terra di Lavoro, sede dell’Intendenza e del suo Consiglio (antecedenti delle odierne Prefettura e Questura), incaricati dell’amministrazione civile, finanziaria e dell’alta giustizia, e di un Consiglio Provinciale, e quindi dei Tribunali provinciali.

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 (1) Biografia di Nicola Terracciano

“Nicola Terracciano, nato a Parete (Ce) nel 1944, laureato con lode in filosofia presso l’Università di Napoli “Federico II”, è stato prima docente di storia e filosofia, poi preside, sempre per concorsi nazionali, in vari Licei d’Italia (da Aversa a Crema, a Grosseto, a Ciampino, a Minturno, a Formia).
Ha sempre coltivato studi storici, con interessi e scritti anche filosofici, letterari, politici.
Ha collaborato con la “Rivista Storica di Terra di Lavoro” del prof. Carmine Cimmino, di Capodrise.
Ha scritti saggi sulla tradizione illuministica meridionale (da Giannone a Genovesi a Filangieri), sulla Repubblica Liberaldemocratica Romana del 1798-1799,  sulla Repubblica Liberaldemocratica Napoletana del 1799, sui liberali e democratici di Terra di Lavoro dal 1799 al 1860, in particolare su Carlo Lauberg di Teano, Errico Amante e il figlio Bruto di Fondi, anche in rapporto al Risorgimento della Romania, Raffaele Gigante di Itri, Beniamino Caso di S.Gregorio, sull’Internazionalismo, il socialismo libertario, su Errico Malatesta di S.Maria C.V., sul moto internazionalista del Matese del 1877, sulla tradizione garibaldina e in particolare su Errico Cosenz, sulla democrazia radicale della seconda metà dell’Ottocento, in particolare su Felice Cavallotti.
Ha esteso i suoi interessi al Novecento con particolare interesse verso Carlo Rosselli e il suo socialismo liberale (con convegno anche a Mosca e interventi e un saggio in russo), sulle tradizioni antifasciste di Giustizia e Libertà e il liberalsocialismo, approfondendo in particolare la figura di Guido Calogero, maestro tra l’altro alla Normale di Pisa del Presidente della Repubblica Ciampi.
Ha scritto ancora sull’attività resistenziale giellista del Partito d’Azione nell’Italia centrale ed ha curato per Einaudi con il prof. De Luna uno dei testi più importanti della letteratura della Resistenza”Il mio granello di sabbia” di Luciano Bolis, divenuto poi grande federalista europeo con Altiero Spinelli.
Ha partecipato con contributi a Convegni in varie parti d’Italia e all’estero, in Russia e in Romania.
Ha collaborato e collabora con riviste anche online, come il “Nuovo Monitore Napoletano”, e cura da anni il sito www.liberalsocialisti.org.
È socio della Società Napoletana di Storia Patria.
Nella consapevolezza che la politica senza cultura e memorie nobili è cieca e che la cultura senza impegno politico e civile in senso alto è vuota, ha sempre collaborato ad iniziative politico-culturali o più direttamente politiche nella direzione dei suoi ideali repubblicani liberaldemocratici e liberalsocialisti insieme, fino a divenire consigliere comunale indipendente in tal senso al Comune di Parete dal 2001 al 2006.” (a cura di Donato Musone)

 

 

 

 

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