(….) Pochi giorni prima dalla sua morte, Federico Quercia quando incontrò Carlo Pignone alla Salita del Museo di Napoli, per recarsi con passo lento al suo Ufficio e dopo aver scambiato tante cose a voce fioca e addolorato assai del trattamento, che gli avevano fatto, ma rassegnato volle ricordare un carme di Francesco Petrarca, quando nel 1353, fuggendo da Avignone, rivide, dall’alto del Mogello, la verde distesa del piano lombardo, fece all’Italia, in un carme latino, tradotto vigorosamente da Giosuè Carducci:
Ti saluto terra cara a Dio, santissima terra, ti saluto!
più nobile, o più fertile, o più bella di tutte le regioni,
cinta di due mari e altera di monti famosi,
onoranda a un tempo e in leggi ed in armi,
stanza delle Muse, ricca di uomini e d’oro:
al tutto favore s’inchinarono insieme arte e natura, per farti,
O Italia, maestra al mondo!
Tu darai un quieto rifugio alla stanca mia vita;
Tu mi darai tanto di terra, che basti, morto, a coprirmi!
Come lieto, o Italia, ti riveggo da quella vetta del frondoso Gebenna!
Restano a tergo le nubi, mi batte in viso un’aurea serena,
l’aere tua assorgendo con soavi movimenti mi accoglie.
Riconosco la patria e la saluto contento:
salve, o bellissima madre;
salve, o gloria del mondo.
Era l’animo ferito di un grande italiano che cantava la grandezza della sua Patria.
Cfr. Donato Musone, Salvatore Costanzo “Federico Quercia nello scenario storico-letterario del Risorgimento. Ed.2003 pag.31
