Alberto Marino: Un “ricordo” di Pietro Zinzi

Se mi chiedete:”Con chi hai avuto più contrasti verbali e di idee nella tua vita?”

Vi risponderò:”Con Pietro Zinzi!”

Pensereste:”Allora vi guardavate in cagnesco?” No, no, no: ci volevamo un gran bene, come due cugini, come realmente eravamo: le nostre mamme erano sorelle.

Era sempre un fiume in piena che travolge tutto quello che incontra sulla sua via, perché deve sboccare in mare. Ed il mare era l’idea che l’assillava in quel momento: un progetto maturato, forse, in un dormiveglia che concludeva le sue pochissime ore di sonno. Ne parlava come di qualcosa di definitivo, al quale non si poteva aggiungere o sottrarre alcunché. Era come se fosse stato ispirato e, quindi, solo lui conosceva i tasselli del mosaico del suo progetto.

La grandezza di questo caparbio generoso sta nel fatto che i suoi progetti non miravano ad un interesse personale o familiare, ma erano tutti indirizzati al bene della collettività nella quale viveva, alla sua città. Ne parlava come se volesse confronto e consiglio, ma, alla fine, egli stesso si accorgeva che non poteva toccare niente del suo progetto e questa sua certezza la trasmetteva anche al suo interlocutore, al quale era lasciata solo la via della condivisione. Non pensate, però, ad una condivisione passiva: si rendeva conto che meglio non si poteva fare.

Era tanto difficile stare dietro alla sua fantasia, alla sua estrosità, alla sua capacità inventiva che si preferiva tacere, per la paura di “disturbare” l’entusiasmo di chi gli veniva a chiedere aiuto. Mi ricordo quella volta che mi chiese di eliminare un quadro, dai sei che aveva steso a terra, perché aveva solo cinque cornici. Aveva insistito tanto, perché mi esprimessi e, costretto, ne indicai uno. Esplose in tre imprecazioni e ne seguì naturalmente un violento alterco che si ricompose davanti ad un caldo caffè del bar vicino. Quando ti chiedeva di dargli una mano, anche nei lavori manuali, non gli potevi stare dietro, perché col suo fisico segaligno riusciva a fare tre volte di più di quello che fa una persona normale. Organizzatore ineguagliabile: tutte le iniziative, le più svariate, le progettava e le realizzava, lavorando anche da solo, perché era difficile stargli dietro fisicamente e mentalmente.

Nel campeggio di Palinuro, nel quale d’estate era di casa, tutti i giorni organizzava qualcosa: non appena vi arrivava il camping si trasformava in una specie di grande famiglia. Tutti erano coinvolti nelle sue iniziative.

 Abbiamo dormito insieme nella sua roulotte per una decina di giorni: rincasava tardissimo e alle cinque del mattino era già in piedi con il suo programma della giornata. Poiché non riuscivo a seguirlo nel suo sfrenato dinamismo, mi rimproverava, scherzando, di aver usurpato, senza esserne degno, il nome del comune nonno materno, Alberto, che era morto novantenne, lavorando fino all’ultimo giorno della sua vita. “Va bene, va bene, gli rispondevo, prenditi tu il nome del nonno, ma lasciami in pace a riposare!” Intenzionalmente evitavamo di parlare di politica, perché quelle poche volte che era successo, erano state scintille: io marxista con le mie utopie e lui conservatore pragmatico!”Con le tue idealità, con la tua carica di solidarietà e generosità, gli dicevo, non riesco a capire come fai ad essere conservatore”. Ridendo, mi rispondeva:”Neppure io capisco come fai tu ad essere comunista!” Ogni tanto di domenica, in piazza, distribuiva qualche foglio, scritto a mano nel quale faceva l’elenco dei disagi della città e attaccava l’amministratore di turno; perlopiù il suo bersaglio era la sinistra. Bellissime e spassosissime le vignette fatte contro il sindaco Tommaso Zarrillo, di cui conosceva lo spirito democratico capace di tollerare ogni attacco. Che mano, che fantasia in quelle vignette! La sua grande disposizione a dipingere e disegnare si nota nei numerosi suoi dipinti ad olio ed acquarello e nelle raffigurazioni necessarie ad illustrare alcuni suoi libri. Negli ultimi anni si era scoperto anche scrittore ed ha pubblicato una decina di libri, nei quali si ritrovano le nostre tradizioni, la “storia” locale, le spigolature più fantasiose; chi vuole conoscere l’ultimo secolo della nostra comunità, con tutti i fasti e nefasti, non può trascurare la lettura dei suoi scritti, che, peraltro, sono anche piacevoli per la forma saltellante, chiara ed accessibile. Tra le sue pubblicazioni c’é una ricca raccolta di foto, che abbraccia tutto il secolo passato e ci consegna il ricordo di una memoria che sarebbe stato un grosso danno, se l’avessimo persa.

Per me, l’opera più significativa ed importante è “Fotogrammi del passato”: la raffigurazione, che solo la sua mano e la sua fantasia ci potevano dare, degli strumenti di lavoro dei nostri avi, delle suppellettili, degli oggetti necessari alle quotidianità e, perfino, il modo di vestire.

Caro Pitruccio, senza la tua caparbietà, la tua estrosità, la tua “arrabbiata” generosità, saremmo, come comunità, nel buio più pesto, perché “senza memoria l’uomo non saprebbe niente e non saprebbe fare niente”. Un giorno dedicandomi un libro, facesti un anacoluto che avrebbe fatto invidia a Manzoni “ad Alberto Marino, il cugino che più ci somigliamo”. Capii subito, non era difficile, che non ti riferivi all’aspetto fisico: tu col naso lungo, io schiacciato, tu col fisico segaligno, io un po’ appesantito. Volesti essere generosamente incoraggiante. Riconoscevo che eri unico.

Poteva essere motivo di un altro fraterno alterco, perciò non risposi.

Ciao, Pitrù, se puoi, dammi una mano in questo mio ultimo scorcio di vita!

                                                                                                                  Alberto Marino

 

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