Discorso pronunciato il 28 marzo 1892 in occasione della morte di Domenico Musone dal can. prof. Luigi Tartaglione.

Signori!

 La nostra Patria ha perduto nel Primicerio Domenico Musone il Nestore del le lettere latine, un uomo d’antico stampo, una di quelle splendide figure, che portano l’impronta della patriarcale grandezza, il tipo insomma del forte, del maschio carattere congiunto alla semplicità, ed integrità della vita. Noi noi vedremo più quel vecchio venerando, che con l’esempio della sua vita, con la saggezza dei suoi consigli era in tanta miseria di tempi, in tanta corruzione di costumi una scuola solenne di bontà, di mansuetudine, di concordia, di vera carità cristiana.

Egli ha chiuso lo stadio della sua vita, come un forte atleta, che tornando vittorioso dalla lotta riposa sul fascio dei suoi allori. Di lui più d’ogni altro può dirsi con S.Paolo cursum consumavi, fidem servavi. Questo è il più bello elogio, che possa farsi del Primicerio Musone, il quale finì la lunga carriera della sua vita senza mai deviare dal retto sentiero, serbando quella fede viva, ed ardente, da cui si allontana la maggior parte di quegl’ingegni, che ripongono nella sola natura la forza delle umane combinazioni.

0 mio rispettabile amico e compare, o mio adorabile fratello, siami permesso d’indirizzarti le parole che S. Ambrogio dirigeva all’anima del suo affettuoso germano: No, non sia mai, che per un istante abbia a dimenticarmi di te: oblierei piuttosto me stesso, anziché cancellare dal mio cuore la tua grata memoria; né la morte, né il tempo potranno svellerti dal mio cuore, e fintantoché non sarà per giungere per me questo giorno fatale, non cesserò di accoppiare ai miei sagrifici e preghiere le dolorose mie lagrime ‑ E già m’avvengo, che que­sti miei sentimenti, questi miei sospiri, queste mie lagrime sono comuni alle persone, che, a te, unite di sangue, ti furono in ogni tempo care, a questi Canonici, tuoi colleghi; di cui fosti l’ornamento ed il decoro, a questo popolo, che fa a gara per accompagnarti all’ultima dimora. Che se i nostri occhi non più ti vedranno quaggiù, la nostra ragione, la nostra fede ci assicurano, che tu vivrai anima immortale, e non sarai indifferente alle preghiere che tutti insieme offriamo all’Eterno. Accogliete, o gran Dio, il sagrificio che vi offiamo per il Primicerio Musone, di cui deploriamo la perdita, e permettete, che io spargendo pochi fiori sul caro avello dell’amico, vada richiamando la memoria delle sue virtù. Né sia tra voi chi creda, che l’amicizia, velandomi l’intelletto, avesse a farmi tradire la verità. No ! parlando dell’amico perduto, io non farò, che raccogliere alcuni fra i tanti ricordi, che voi già sapete, e questi semplici ricordi ba­steranno a giustificare il mio, il vostro, il comun dolore, come quelli, che addimostrano che Domenico Primicerio Musone fu chiamato da Dio al più nobile, al più utile, al più difficile Ufficio del sacerdotale ministero, ed egli vi corri­spose con rettitudine, con amore, con affetto. Accogli, o Domenico, questo tenue dono, e ti sia come segno del mio cordoglio.

Come nell’ordine sensibile ed intellettuale, così nell’ordine morale vi hanno talune disposizioni e tendenze, che si naturalizzano con l’uomo; e quando queste sono ben dirette, e secondate, levano l’avventurato, che le gode a tale altezza, cui arrivare non mai potrebbe altri con sudore e con fatica; di qui quei genii, che nel corso dei secoli brillanti di luce, e data una nuova spinta al sociale progresso lasciano imperitura la loro memoria. Ora queste naturali tendenze non sono, che tratti della divina bontà, la quale con voci misteriose e soavi chiama le Creature a posti, ed uffizii determinati, e poi l’afforza vieppiù a compiere imprese maravigliose. Che se tanto fa, perché l’uomo riesca e s’avvantaggi in uffizii mondani, quanto più non fa per chi si addice a quello stato, che supera l’umana condizione? E già intendete che io parlo del Sacerdozio cattolico. Non occorre, che io dissimuli la guerra mortale, che in ogni tempo i corifei dell’empietà, aizzati dallo spirito Satanico, hanno suscitato contro i Sacerdoti tutti del Cattolicesimo, denigrandoli per farlsarne la riputazione presso le moltitudini. Conosco le loro menti, le loro arti, onde s’arrovellano ai nostri dì per isnaturarne il concetto, e renderli né più, né meno, che fanatici ed impostori; ma viva Dio, che obbliga l’empietà a mentire se stessa, e fa che gli stessi vo­ciatori plateali, che hanno lanciato il sarcasmo contro la parte più nobile della società chinano la testa come a spiriti superiori davanti ai Sacerdoti non dico d’inappuntabile condotta, ma di costume corretto, e dotati di scienza, e però non dico il falso, quando affermo, che il Primicerio Domenico Musone fu uno di quei, che con speciale vocazione venne da Dio elevato al posto sacerdotale, onde con la condotta esemplare della sua vita, e coll’acume del suo ingegno facesse arrossire i detrattori del clero.

Difatti nato in questa Città da genitori pii ed agiati, come sapete, si vide nelle sua puerizia dotato di quelle disposizioni, che al Sacerdozio s’affanno. Educate all’ombra della Religione nelle domestiche mura progrediva nella pietà e nelle studio; talché il padre suo Agostino per secondare l’indole buona dell’amato figliuolo, e favorirne le inclinazioni e tendenze s’affrettò a collocarlo a tredici anni nel Seminario di Capua. In quel luogo sacro alla pietà ed alle lettere, ove nulla resta inosservato all’occhio vigile dei superiori, Domenico sin dai primi giorni seppe acconciarsi a quel tenore di vita da non ricevere mai dai superiori castigo o rampogna, ma premii ed encomii lusinghieri; e da questi primi albori si presagiva il giorno, in cui questa tenera piantolina avesse portato frutti ubertosi nel campo della Chiesa.

Essendo in quel tempo nel Seminario di Capua una schiera di giovani valorosi e per ingegno e per virtù, tutti li superò il Musone, del quale posso a ragione ripetere quello, che S. Gregorio di Nanzianzo scrisse di S. Attanasio, che nella carriera scolastica si fè sempre ammirare tra i suoi eguali, superò quelli, che erano ingegnosi collo studio, superò quelli che erano studiosi con l’ingegno, o meglio superò nello spirito i più illuminati, nella diligenza i più assidui, superò nell’una e nell’altra cosa quelli, che nell’una e nell’altra si segnalavano. Di che, lasciando stare i saggi ordinaria e comuni agli altri, ci diè una pruova straordinaria e singolare sostenendo da giovane, cui non ancora si era infiorato il mento, innanzi al Cardinale Serra‑Cassano, ad una schiera di Professori di belle lettere, e coltissimo uditorio un’accademia di poesie ispira­te a sublimi concetti, scritte con armoniosi versi; per lo che venuto in altissi­ma stima presso l’Arcivescovo Serra Cassano, presso il prefetto degli studii Canonico Vastano fu, prima di ascendere al Sacerdozio, eletto a sostenere la cattedra di Professore di belle lettere, il quale ufficio era il maggior segno d’onore, che fosse dato conseguire ai giovani di quella età; e poi per benemerenza nominato Canonico della Collegiata di S. Maria delle Monache di Capua.

Questo Uffizio di precettore iniziato da giovane l’ha sostenuto instancabilmente sino alla più tarda vecchiaia ed in Capua ed in Marcianise; e qui la sua casa era divenuta una specie d’Ateneo a cui accorrevano numerosi giovani per addestrarsi nella Palestra dello scibile letterario, per cui giustamente fu proclamato il veterano degl’insegnanti. Per quest’ufficio si rivelò in lui sfolgo­ratamente l’ingegno e l’attitudine; per quest’ufficio la forza operosa, creatrice della sua mente divenne un fenomeno di novità, di maraviglia; le sue lezioni erano dirette all’immegliamento ed al progresso. Egli non si mostrava servile imitatore ma originale, non limitato ad una sola materia, ma svariato, molteplice; bastava leggere un autore classico, che tosto si concentrava in se stesso e con l’intuito della sua mente ne addentrava le più riposte bellezze, se ne immedesimava e all’uopo sapeva giovarsene.

Mi ricordo che quando spiegava le odi d’Orazio, e l’Eneide di Virgilio, non era un pedante e servile traduttore, ma ne faceva gustare il bello stile, la dottrina nascosta, le nozioni d’antichità. Egli sapeva felicemente colorire ai giovani l’indole dei tempi pagani, i corrotti costumi, le piaghe della società, e per ottenere ciò vi bisognava un’erudizione non comune, un’abilità magistrale, un ingegno svegliato. E come no? A quei tempi, o signori, le scuole quasi tutte avevano per sprone necessario la sferza, e nel Seminario di Capua di questo sprone si usava senza alcun ri­sparmio; ma il Musone di questo sprone non usò mai, no, il suo cuore non gli consentì mai d’impugnare la sferza, anche quando l’inevitabili impertinenze il commovevano ad ira o sdegno, e nondimeno la scuola del Musone non fu mai meno profittevole delle altre, anzi nei pubblici saggi era quella che più si segnalava. E perché? perché quello, che gli altri maestri ottenevano con la sferza, il Musone l’otteneva col fascino della parola, con la chiarezza dei concetti, e così incoraggiava i studiosi, spoltriva gl’infigardi, sfolgorava i negligenti. In questa scuola io ebbi la ventura di essere alunno, quando non contavo che 15 anni, e posso attestare che in quell’età tutto sentii nel tenero mio cuore la magica forza della sua parola, e che d’essa tolse il suo primo principio quell’amore, che gli portai nella vita, e che gli serbai sino alla morte. In questa scuola i giovani s’addestravano alle esercitazioni letterarie dando saggio di componimenti latini, greci ed italiani, che riscuotevano il plauso universale; in questa scuola si apprendeva l’arte del comporre, e quindi le pubbliche accademie composte per la venuta di S. Pietro in Capua per l’incendio della Basilica di S. Paolo in Roma, per la morte del Taumaturgo S. Francesco di Paola, per  la presa d’Algieri; da questa scuola sono usciti alunni, che so­no, e furono la gloria della Chiesa e della civile società.

In breve Domenico Musone con altri valorosi maestri concorse a dare l’anatema al pedantismo, e formare quell’epoca luminosa, che fu detta l’età dell’oro del Seminario di Capua, essendo mecenate il Cardinale Serra Cassano.

Comprendo, che molto più tralascio di quello che raccolgo; ma che sarebbe, se io venissi meno a mostrarvelo strenuo lavoratore in un campo più vasto?

L’uomo non nasce per se solo; e né senza scopo, né problematicamente tro­vasi egli lanciato nel cammino della vita per urtare qua e là nel cieco destino. La provvidenza, che governa il mondo, dispone per ciascun uomo una missione da compiere. Il vivere non é poltrire nella materialità dell’esistenza. Ogni uomo deve portare la pietra al grande edifizio, che si solleva coll’andar dei secoli. L’egoista ed il misantropo sono come il baco, che filando intorno a sé tutta la trama, resta involto nei veli tessuti dalla propria follia. Altri aspettano da Noi un retaggio di bene sia temporale, sia spirituale.

Ebbene Domenico Musone nutrito a forti e severi studii sapendo, che alle verità cattoliche arrecano ornamento e decoro le bellezze della profana scienza, accoppiò al magistero indefesso anche la predicazione, perché se l’oratore è colui, che colla voce esprime il vero, il bello, il buono, per trasmetterlo e infonderlo nell’uditorio, è necessario, che prima abbia vivo in sé il sentimento del vero, del bello, del buono, e quest’attitudine possedeva il Musone, l’aveva perfezionata con l’insegnamento, la poneva in pratica sul pergamo. Egli annunziando le verità cattoliche con maniera enfatica, elegante, con le frasi della scrittura e dei Santi Padri le voleva infondere, imprimere nel cuore degli astanti; e quindi un sacro fuoco l’accendeva, l’occhio pareva ispirato, il gesto animato, fiorito lo stile, belle le immagini, vive le scene, poderosi gli argomenti. Io stesso l’udii più volte tonare dal pergamo pieno d’entusiasmo e di sacro ardore; l’udì il Seminario, che l’ebbe ad alunno e maestro, ed i sermoni da lui elaborati diedero chiaro a vedere l’altissimo ingegno di che era fornito. L’udì Casapulla, S. Maria Capua Vetere, ed altri paesi, e ne restarono ammirati; l’udì questa nostra patria, e fu sorpresa dal fascino della fervida eloquenza del poeta oratore. Ora qual maraviglia se per queste sue fatiche apostoliche, e per il lungo magi­stero venisse nominato Canonico di quest’insigne Collegiata, e dopo poco tem­po innalzato alla dignità di Cantore, e dal presente Cardinale Alfonso Capecelatro alla prima dignità di Primicerio? Era o Signori, un premio dovuto al merito, alla virtù, alla morale, alla scienza.

Ma Domenico Musone non ha predicato solamente con la voce, ma anche con la penna; e colla penna non meno che colla voce ha fatto onore al suo mi­nistero. Il tempo non mi permette di venire narrando ad uno ad uno gli svariati lavori, e segnatamente le opere date alle stampe, e molto meno di venire facendo un’analisi, o valutandone i pregi. Solo posso asserire, che il Musone posse­deva a dovizia la lingua latina; è una gloria solo a lui dovuta: tanto che il Cardinale Capecelatro leggendo le composizioni a lui dirette ebbe a dire essere il Primicerio Musone il Principe della poesia latina. E non errava il dotto porporato, stanteché le sue composizioni poetiche elaborate in vario metro rifulgono per uno stile colorito, maschio, fervido, affascinante, per un buon gusto formato al gusto dei Classici. Maneggiò a meraviglia il faleucio Catulliano, l’elegia Tibulliana, il verso epico Virgiliano, l’ode Alcaica, l’epistola Oraziana. Veniva perciò in preferenza invitato dal Cardinale Capecelatro a icomporre carmi epici in occasione di accademie, come pel centenario d S.Carlo, e pel Giubileo di Papa Leone XIII.

E che dirò poi delle poesie originali, e delle traduzioni di molte classi poesie italiane, come l’Ermengarda, il Cinque Maggio del Manzoni, i Sepolcri di Ugo Foscolo? Questa ultima versione meritò di essere riprodotta Professore Francesco Trevisan; nel suo critico commento sui detti sepolcri foscoliani, e parecchi giornali ne parlarono con gran lode e lusinghieri encomi, e particolarmente ne trattò il professore Pasquale Papa in un suo vi metto mandato alle stampe.

Che dirò delle sue Epigrafi latine, della robustezza dello stile, della precisione del concetto? Leggetele, o Signori; n’è pieno il nostro cimitero, ne sono piene le cappelle, le Chiese di questa Città, è poi giudicate. In questi ultimi mesi fatta una scelta delle sue migliori poesie a premura degli amici le stava dando alle stampe, se ne aspettava la finale pubblicazione; ma egli non l’ha veduta, essendo disceso nella tomba. Ecco la ragione per cui il Sindaco e i Consiglieri mirando nel Musone l’uomo letterato, l’uomo educato a severi studi elessero unanimamente prima a Delegato Scolastico, e poi per ben tre volte a membro della Congrega di Carità il quale ufficio lo disimpegnò con zelo,con amore, con rettitudine, e nelle critiche circostanze seppe mantenere alto vessollo della giustizia e dell’onestà.

Se non che io sento l’Apostolo S. Paolo, che grida ai Corinti: Fratelli, voi mirate tanto il dono della lingua e delle scienze, e pure una via più sublime addito, la Carità. A che mi giova che io parli la lingua degli uomini e degli Angeli se non ho la Carità? Ah senza la carità io sono come un bronzo sonante, com un cembalo squillante. Si bronzi sonanti e cembali squillanti sono uomini versati nelle lettere, i predicatori più eloquenti, quando non sono mossi dalla carità. Sia però lode a Dio, che tale non fu il nostro Domenico. La carità dice l’apostolo, non è astiosa, non insolente, non gonfia di superbia; e chi mai vide astio, chi notò insolenza, chi scorse gonfior di superbia nel nostro Musone. La carità non è ambiziosa; e chi oserebbe tacciare di ambizione Domenico Musone? Gli onori che si ebbe, e che al certo furono dovuti al suo merito li cerco egli mai? Fece mai qualcosa per ottenerli? La carità non si vendica di che fanno del male, ed il Musone non solo non si è mai vendicato, ma ha fatto  bene a quelli, che l’hanno maltrattato, calunniato, bistrattato. La carità è benigna e misericordiosa; e a chi non fece del bene ora dispensando secondo il suo stato la farina ai poverelli del suo rione, ora distribuendo il chinino ai febbricitanti, ora soccorrendo gl’indigenti, ora compatendo le altrui miserie e sventure? E se la sua opera benefattrice non appariva in pubblico, era perché la sinistra non sa­peva ciò che faceva la destra; e sotto la veste misericordiosa nascondeva quelle croci che trovava nei calvarii delle famiglie. So che qualcheduno sogghigna a questa mia assertiva, ma l’è una verità comprovata dai fatti. E questa carità verso il prossimo era figlia del suo cuore ben formato, scaturiva da quell’affetto, che sentiva fin dalla gioventù verso i suoi: Cosa, o Signori, non ha fatto il Pri­micerio Musone per la sua famiglia? Egli è stato l’Uomo Nuovo, che a forza di sudori e di fatiche ha portato il lustro alla sua casa. Egli indefessamente ha la­vorato per accrescere il suo patrimonio non per avidità, ma a solo scopo di educare i suoi fratelli, ed avviarli a glorioso avvenire, ad essi corrisposero alle sue incessanti premure. Di fatti Giuseppe Musone fu dotto giurista spiritoso poeta, eloquente dicitore, gloria del foro; Raffaele è professore di lettere greche e italiane nel Liceo Arcivescovile di Capua, Canonico della Metropolitana di Ca­pua, esimio letterato, già Preside del Liceo Giannone di Caserta; Michele Canonico Parroco della Sanità, forbito oratore. Ed era sì grande l’amore, che Domenico portava a questi due ultimi fratelli, che li soleva chiamare i suoi due Ocelli, lasciando loro un’immensa eredità di affetti. Oh morte, oh inesorabile morte, così dunque dividi coloro, che erano stretti ed uniti con sì tenero lega­me? Oh morte quando colpisci un giusto, ov’è la tua vittoria?

Tralascio di dire, che la sua vita fu esemplare, corretta, perocché egli fu as­siduo osservatore dei suoi canonicali doveri: ‑ nol riteneva in casa, né pioggia dirotta, né rigore invernale, né estenuante canicola. La disciplina corale era in cima ai suoi pensieri; l’ordine veniva mantenuto per la sua prudente vigilanza, e se qualche volta mostrava truce e severo il suo volto, ben tosto subentrava la pacatezza, l’umiltà, la cordialità.

Tralascio di dire, che questo uomo avvezzo a severi studi, a leggere classici autori anche nelle ore di sollievo e riposo, per non perdere il tempo, scendeva nel suo giardino, si occupava delle piante, ne studiava la coltivazione, il modo d’innestarle, di reciderne i rami, ne coglieva i maturi frutti, e poi seduto al rezzo delle folte foglie componeva versi, scriveva epigrammi, dettava canzoni. Ora a fronte di tratti sì splendidi di lungo e laborioso magistero, di apo­stoliche fatiche, di esimie virtù non ho ragione di conchiudere che Domenico Primicerio Musone fu chiamato da Dio al più nobile, al più utile, al più difficile ufficio del sacerdotale ministero, e vi corrispose con rettitudine, con affetto,e amore.

E tu, anima benedetta, anima grande del mio Amico e maestro, vivi nel seno    dell’immortalità; onorasti il tuo ministero, e l’onorasti con l’ingegno, colla dottrina, colla carità; Lo purificasti con la pazienza invitta negli ultimi giorni del tua vita, e questo ci dà fondata speranza che tu già sei nel cielo a godere Iddio e dal Cielo aiuta con le tue preghiere questa Chiesa; che tanto ti fu cara, e reggesti con zelo indefesso; non dimenticarti di questo Capitolo, di cui fosti decoro ed ornamento conforta il dolore dei tuoi, e specialmente dei due tuoi fratelli Michele e Raffaele, coi quali vivesti d’un sol cuore e d’un’anima sola, e i tuoi Amici non ti scordar di colui, che depone a  pie di questo tumulo una corona di fiori, povera sì, ma educata dal più sincero amore, ed innaffiata dal tenero pianto.

Canonico D. Luigi Tartaglione  1825-94

cfr.  l’ Umanista Domenico Musone, Ed.1994 Collana Risvegli Culturali nr. 1° pp.75-83

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