Maffei Marco

Nacque in Marcianise nel 1542 da Giosino e Domenica Cipolla, genitori di condizione economica discretamente agiata; il suo nome di Battesimo fu Vincenzo.
Da fanciullo mostrò vivo fervore per la religione cattolica, e frequentò con amore e con zelo la Chiesa e le pratiche religiose.
Un giorno aveva ascoltato una predica sulle vanità mondane, di un frate Domenicano di gran valore, chiamato nel nostro Duomo per la quaresima del 1559, quando tornò a casa con l’anima e col cuore pervasi da un tumulto di sentimenti.
Come il poverello d’Assisi, si formò il convincimento, che la bellezza, gli onori, le ricchezze, son cose fallaci, insidie del mondo; e sentendosi chiamato dalla Divina Grazia, fece il fermo proponimento di farsi religioso.
La sua risoluzione fu accolta con un senso di viva commozione dai suoi genitori, che nella semplicità del suo tratto, nella modestia dei suoi occhi, nella ritrosia di mostrarsi in pubblico, e nell’abborrimeno dei balocchi fanciulleschi, avevano avuto la prova tangibile, che il loro figlioletto era coronato dalle benedizioni del cielo, e lo assecondarono.
All’età di 17 anni si presentò al Regale Convento di S. Domenico in Napoli, ove fu accolto con fraterno amore da Padre Serafino da Marcianise, che faceva parte di quella Comunità, ed al quale senz’altro dichiarò di sentirsi chiamato ad abbracciar quella vita, che già da tempo amava.
Dopo breve esperimento, in cui ne fu vagliato il tenace proposito, Vincenzo fu Ammesso al Noviziato, si ebbe l’investitura, e prescelse il nome di Frate Marco.
Orazione, obbedienza e sacrifizio, furono le tre virtù, che fin dal primo momento elevarono l’anima sua verso Dio, in una fusione perfetta, intima e contemplativa, in cui si sentiva sempre più elevare dalla terra al Cielo, in dispregio delle passioni terrene.
Queste virtù gli perfezionarono la mente ed il cuore, lo elevarono al di sopra della sua personalità terrena, dandogli coraggio, nobiltà e grandezza morale; ed egli considerò la vita monacale come l’ideale suo più bello, come l’unica via, che meglio di tutte lo congiungeva a Dio.
Dopo la professione dei voti, siccome l’ordine di S. Domenico si fonda sulla predicazione e sullo insegnamento, partendo dal principio che l’ignoranza è il terreno, più facile per la diffusione dell’errore, sicché dottrina e santità sono i suoi cardini fondamentali, Marco si dedicò con viva passione agli studi.
Ben presto la sottigliezza e vivacità del suo ingegno attinsero alle pure fonti della scienza, nell’occulto e tormentoso desiderio di un costante perfezionamento, e la sua mente vibrò del caldo riflesso che gli veniva dalla parola dei grandi della Chiesa.
Dopo un periodo di severa e profonda preparazione di scienze filosofiche e teologiche, fu consacrato al Sacerdozio.
Intanto, i giovani che più emergevano per vivacità di ingegno, nell’ordine, e volevano completare i loro studii, erano mandati al Convento in Bologna, dove fiorivano rinomatissime scuole; Marco fu prescelto tra i primi, come attestato della sua cultura non comune, e delle spiccate qualità del suo ingegno.
A Bologna per tre anni studiò tenacemente; irrobustì la sua mente di una profonda cultura, nella consapevolezza della missione del Domenicano, al quale si impone, non solo, il dovere delle pratiche divine e dell’ascetismo, ma sopratutto quello di rendere i frutti, a vantaggio della Chiesa e del consorzio civile, con la dottrina e l’eloquenza.
Per tre anni adunque visse in campleta dedizione e raccoglimento, rifuggì ogni divagazione; si dice che durante i tre anni, tre volte sole uscì dal Convento; nelle ore della preghiera si prostrava dinanzi alla tomba del fondatore dell’ordine S. Domenico, artistico monumento del Buonarroti, nella Chiesa di quel Convento, e si ispirava al ritmo arcano di quell’anima santa; quelle ceneri gli sussurravano un linguaggio eloquentissimo, gli comunicavano la luce divina, le gesta gloriose ed il grande zelo di quello atleta della Chiesa.
Egli cercava anelante quella solitudine incantata, ove, nei silenzii ineffabili, si ascoltavano soltanto le melodie ignote della propria anima, che invano si evocano tra lo strepitio della vita.
Da quella rigorosa preparazione spirituale ed intellettuale. Marco ne uscì altamente degno di trasfondere nella vita i maschi tesori delle sue nobili virtù ne uscì come il Domenicano perfetto, l’eroe crogiuolato e preparato, per l’affermazione della divina parola, e senz’altro dette segni tangibili di queste magnifiche sue qualità elette.
In quel tempo, i Padri della Provincia Lombarda celebrano in Bologna un Capitolo Provinciale per eleggere i così detti Cattedranti; per esere prescelti bisognava sostenere un pubblico esame difficoltosissimo; Marco lo sostenne con comune ammirazione, e quei Padri lo proclamarono degnissimo di dare lezioni di Filosofia e Sacra Teologia.
Ben presto la sua fama si divulgò e molti Conventi lo richiesero come insegnante; egli però umile e modesto preferì ricoverarsi nella quiete del Convento dei Domenicani in Gaeta, ove era raccolto un fiorente studentato.
La grandezza cristiana non si scompagna mai dall’umiltà, è gran parte di essa, anzi è sua figlia primogenita; Marco era umilissimo, perché conosceva secondo ragione quel che l’uomo, miserevol cosa, di fronte a Dio.
Nella scuola di Gaeta, si rivelò superiore alla fama che lo aveva preceduto; egli comunicava la scienza Divina come un asceta, la dolcezza e la grazia della sua parola, infioravano i
suoi concetti, che sgorgavano dalle sue labbra, come una luce Divina. Le sue lezioni erano ascoltate con grande amore e con grande profitto dai giovani che lo amavano, con un senso di viva ammirazione, perché aveva un intelletto chiarificatore, tutto intento a cogliere la sostanza delle cose, nelle loro ragioni immanenti ed eterne.
Ma egli non poteva restare lungamente celato in quel serafico oblio; poco dopo, i superiori lo prescelsero ad insegnare nel Convetno di Santo Spirito in Palazzo a Napoli ove ebbe tra le sue penitenti Suor Orsola Benincasa, poi in quello di S. Maria della Porta in Salerno, ove parecchi del clero secolare, sentirono la necessità di frequentare premurosamente le sue lezioni.
Ma le sue grandi virtù, le ricchezze della sua grazia, e l’intreccio mirabile delle sue doti di mente e di cuore, non potevano esaurirsi nel solo insegnato; fu prescelto alla paternità spirituale, a cui i superiori lo ritennero squisitamente eletto, a vantaggio delle Comunità.
Nel 1574 fu mandato a fondare il nuovo Convento della SS. Annunziata in Avellino, col titolo di Priore, però vi rimase poco tempo, perché la sua umiltà mal si attagliava a quella carica onorifica, e si affrettò a chiedere di esserne esonerato. Dopo breve riposo, però, il Generale dell’Ordine, con Autorità Apostolica, lo nominò Priore del Convento di S. Maria la Porta in Salerno.
Le cariche si susseguirono, e la sua operosità non ebbe tregua; fu nominato Visitatore di dodici Conventi e nell’esplicazione delle sue alte funzioni, fu sempre umile e dimesso; questo comportamento gli procacciò maggiormente l’affetto e l’ammirazione di tutti.
Ma a ben altri onori egli era predestinato, ormai era conosciutissimo ed il suo nome risuonava con riverenza; i Padri di tutte le Provincie cominciarono a designarlo al sommo grado di Generale dell’Ordine.
Nel Capitolo di Roma, nei primi del 1600, sarebbe stato certamentente eletto, se non avesse scongiurato quel nobile consesso
di Padri ad allontanare da sé tanto onore, di cui si reputava indegno. Era sulla via del ritorno, quando venne raggiunto da un messo del Sommo Pontefice Clemente VIII, il quale gli comunicò, che il Papa lo richiamava in Roma conferendogli la carica di Procuratore Generale dell’Ordine.
Per sette anni si votò a questo altissimo ufficio, e tutti i Padri chiamarono quella designazione, una speciale provvidenza di Dio, perché la sua opera preziosa lasciò traccia indelebile, per gli innumerevoli beneficii arrecati all’Ordine. Basti rammentare che, nel 1605 ottenne un memorabile breve Pontificio, mercé il quale venivano confermate tutte le esenzioni, le grazie le indulgenze ed i privilegi Concessi ai Padri Domenicani, fino allora conferiti dai Romani Pontefici, ciò che fu una grande affermazione per la glorla dell’ordine.
Dopo sette anni di nobile fatica egli, rifinito in salute, implorò dal Sommo Pontefice, perché accettasse la rinunzia e lo restituisse alla pace della sua modesta celletta, preferendo dedicarsi alle opere di umiltà, ed essere l’ultimo di tutti.
Ma dove l’opera sua trovò più austera ed eloquente affermazione, fu nel campo della predicazione.
Si deplorava ai suoi tempi una decadenza nella oratoria sacra; il bagaglio dell’eloquenza sacra era enorme e macchinoso esso era gravato di teologia medioevale, sopratutto di retorica seicentesca; l’uno e l’altro vizio toglievano a quasi tutta oratoria sacra, quella immediatezza, e quella spontaneità, che sono i mezzi migliori della persuasione, e che riconducono l’eloquenza nel regno della poesia.
Per buona fortuna, due colossi della Chiesa, con animo risoluto, ripresero il saggio indirizzo, cioè quello della predicazione sulla scorta del vangelo, Filippo Neri e Marco Maffei; per le loro labbra parlava lo spirito della santità, oratoria forte e sana, onde giustamente il primo fu detto l’apostolo di Roma, ed il secondo può dirsi l’Apostolo di Napoli.
L’oratoria di Marco Maffei costituì il risveglio ed il rinvigorimento dello spirito cristiano; movendo dalla convinzione che cristiana è certamente nel cuore la società, egli dimostrò che solo per le vie divergenti dell’analisi razionalistica, essa è anticristiana nella scienza e nel pensiero. C’era in lui del filosofo penetrante, che riusciva ad intravedere chiara la visione degli errori di suoi tempi, attraverso il lume della fede, onde ebbe battute eloquentissime, che lo resero celebre quasi in tutta la nostra penisola.
Non fa a dunque meraviglia, se sia stato chiamato financo in Roma, a predicare alla presenza del Sommo Pontefice, che aveva mostrato grande desiderio di ascoltarlo. Quivi predicò le Domeniche dell’Avvento e la Quaresima, pronunziando orazioni che riscossero viva ammirazione dal Papa e dai Cardinali, che non esitarono a magnificare le sue nobili virtù.
A 74 anni, dopo una vita, grande, umile e laboriosa, affranto da una infermità dolorosissima, che egli chiamò la croce sulla quale doveva morir crocifisso, logoro nella malferma salute, esalò l’ultimo respiro il 15 Marzo 1616 in Napoli, nel Convento della Sanità.
A 74 anni, dopo una vita, grande, umile e laboriosa, affranto da una infermità dolorosissima, che egli chiamò la croce sulla quale doveva morir crocifisso, logoro nella malferma salute, esalò l’ultimo respiro il 15 Marzo 1616 in Napoli, nel Convento della Sanità.
La sua morte fu onorata dai più larghi sensi di venerazione, e tutti gridarono all’uomo miracoloso, al dotto, al santo; i napoletani accorsero al convento in uno slancio di fede, e gli tagliuzzarono financo le vesti, per portarsene i pezzi come reliquie.
Subito dopo la sua morte cominciò una serie interminata di prodigi, di grazie, con cui Iddio si benigna manifestare la gloria celeste che Frate Marco gode, e la potenza della sua intercessione.
Presso la sua tomba, prima in S. Maria della Sanità, e poi in S. Domenico Maggiore, fu un continuo pellegrinaggio di fedeli; furono messi in evidenza varii miracoli, come frequenti apparizioni, e guarizioni di infermità disperate.
Alla Curia Arcivescovile di Napoli, dinanzi al Cardinale Decio Carafa, fin dall’anno 1617, un anno dopo la sua morte, furono presentati gli articoli per il Processo Ordinario Informativo sulla
fama di Santità; e nel 1621, cinque anni dopo la sua morte, fu iniziato il processo di beatificazione presso l’Archidiocesi di Capua.
Per ricordo di lui, i cittadini di Marcianise, quasi nel centro della Città, ne fecero dipingere la immagine, che si attribuisce al celebre Paolo Di Maio, sulla parete esterna dell’antichissima e istorica chiesetta della Madonna delle Grazie.

Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 67 (2007)

MAFFEI, Marco. – Nacque nel 1542 a Marcianise, nei pressi di Caserta, da Gissino (o Iosino) e Domenica Cipullo e fu battezzato con il nome di Vincenzo.

Il M. era di umile estrazione: egli stesso, tornato adulto a Marcianise, rievocava l’incontro avvenuto con un povero vecchio del paese che aveva avuto come maestro nell'”arte de cannavaro”, ovvero di canestraio (Miele, 1963, p. 185). Precocemente sentì la vocazione per la vita religiosa. Il 17 ott. 1559 prese l’abito dei domenicani, più volte richiesto “con preci e lagrime” (Milante, p. 37) nel convento di S. Domenico Maggiore di Napoli. Il 30 genn. 1571 compì l’iter formativo; conseguì la laurea in teologia nello Studio dell’Ordine a Bologna e ricevette subito l’incarico di lettore.

Del periodo bolognese sono giunte le lusinghiere testimonianze degli “ufficiali” dello Studio Giorgio da Vercelli, Geronimo da Fano, Geronimo da Bologna e Felice da Colorno, che lodavano le qualità intellettuali e l’atteggiamento già spiccatamente ascetico del M. (Spampanato, p. 207).

La carriera del M. in seno all’Ordine fu rapida: lettore nel convento di S. Domenico di Gaeta e in quello di S. Spirito a Palazzo di Napoli, nel maggio del 1574 fu eletto vicario e poi priore del nuovo convento della Ss. Annunziata di Avellino; il 24 ag. 1574 fu nominato priore del convento del S. Rosario di Napoli e il 18 sett. 1577 di quello di S. Brigida a Posillipo, dove svolse un’edificante attività di confessore e direttore spirituale che, a detta di Marchese (1674), coinvolse anche suor Orsola Benincasa.

Dal maggio 1576, facendosi interprete di diffuse esigenze di riforma maturate in seno all’Ordine, il M., insieme con quattro confratelli, chiese al maestro generale S. Cavalli in visita a Napoli l’autorizzazione a ritirarsi in un convento della provincia per vivere secondo una più severa osservanza, ma l’epidemia di peste che colpì la città tra il 1576 e il 1577 ritardò l’attuazione di questo progetto, ostacolato anche da resistenze interne all’Ordine.

Il 1( febbr. 1582, il maestro generale P. Constabile lo nominò priore di S. Maria in Porta di Salerno. Questa carica gli procurò alcuni dissapori con il nuovo provinciale D. Vita, tanto che per un breve periodo fu allontanato dalla città. Nel dicembre dello stesso anno, il M. fu nominato commissario e visitatore del convento di Bagnoli per comporre i frequenti contrasti fra il clero regolare e quello secolare; il 4 febbr. 1583 fu visitatore di dodici conventi della provincia del Regno.

Finalmente, dopo reiterate richieste indirizzate anche all’arcivescovo di Napoli, Annibale Di Capua, e grazie all’appoggio del maestro generale S. Fabri, il M. vide coronate le sue aspirazioni di riforma. Il 30 sett. 1583 Fabri istituì a Napoli il monastero osservante della Sanità che ebbe in dotazione la chiesa e il convento di S. Maria della Sanità: il nuovo istituto, autonomo dalla provincia napoletana, amministrativamente e disciplinarmente era posto alle dirette dipendenze del generale.

Il M., che si trovava a Salerno, non fu presente alla cerimonia di consegna di S. Maria della Sanità, avvenuta il 6 ottobre; giunse a Napoli in seguito, insieme con il confratello Ambrogio Pasca, a piedi e con la sola bisaccia, come segno tangibile di un rigore ascetico fondato su privazioni e digiuni, sulla vita comune e sull’assoluta povertà (la sopravvivenza era garantita dalla mendicità e dai lavori materiali più umili) secondo il modello della riforma d’Abruzzo, ideato dal savonaroliano Paolino Bernardini.

La rigorosa adesione a tale modello causò all’inizio alcune defezioni tra le fila dei frati riformati messi alla prova da dure pratiche ascetiche quali l’uso di cilici e catene di ferro. Il nuovo superiore dell’Osservanza A.C. Fusco, il teologo A. Guglielmini, A. Pasca, Giovanni Vincenzo da Somma, Tommaso e Ambrogio d’Ariano furono, insieme con il M., che ricopriva la carica di sottopriore del convento, gli unici che rimasero.

Eletto priore dal 1589 al 1591, il M. provvide a moderare l’eccessiva disciplina, tanto che in breve tempo frati e novizi raggiunsero il numero di 85. Il M. fu unanimemente considerato il capo carismatico di questo “seminario di santità” (D’Engenio Caracciolo, p. 618), dove fu istituito anche lo Studio generale della congregazione prima che fosse eretto in collegio il convento di Monte di Dio. Al M. è attribuita l’iniziativa della compilazione di una cronaca (rimasta inedita) della riforma napoletana, stesa da Giuliano De Fiore e arricchita dal M. stesso di postille e brevi biografie dei frati più in vista morti in quegli anni.

Attorno all’Osservanza e al suo promotore, definito dai conventuali di S. Domenico Maggiore “ipocrita collotorto”, si creò presto un movimento di ribellione, contrassegnato da violenze verificatesi a S. Pietro Martire, dove il M. fu inviato nel 1586 come maestro dei novizi. Eventi simili si ripeterono quando il M. fu nominato priore del convento di S. Domenico di Somma, dove egli giunse nella notte del 24 maggio 1591, accompagnato da sette padri, sei novizi e tre conversi, dopo che il vescovo di Nola era stato costretto a fare ricorso al braccio secolare per sedare i disordini.

Lo zelo dimostrato nella diffusione dell’Osservanza non gli impedì, tuttavia, di mostrare prudenza al momento di introdurre la riforma nel convento di S. Domenico Maggiore, dove riuscì nel suo obiettivo nonostante i contrasti e gli scontri che lì si verificarono tra il 1594 e il 1597. Avendo ormai conquistato la stima dei superiori dell’Ordine, il M., eletto provinciale di Napoli, nel 1596 si recò al capitolo generale di Valenza.

Dal 1597 al 1599, mentre era priore di S. Maria, fu incaricato dal cardinale F.M. Tarugi di ristabilire l’Osservanza nella Congregazione degli eremitani di S. Agostino di Napoli, detta di S. Giovanni a Carbonara. Nel 1599, pur avendo il M. espresso il desiderio di vivere ritirato nel convento di Barra, fu inviato dal generale I. Beccaria, “per il bene comune”, come visitatore nella provincia di Calabria.

In questo ruolo il M. si trovò fra i protagonisti della complessa vicenda che portò alla scoperta della congiura del confratello Tommaso Campanella e al duplice processo, per eresia e per ribellione al sovrano, istruito contro di lui e i suoi compagni. Pochi giorni prima della cattura di Campanella e della sua carcerazione a Castelvetere, avvenuta il 6 sett. 1599, in qualità di commissario oltre che di visitatore il M. istruì a Monteleone un processo inquisitorio basato su 36 capi di accusa raccogliendo le testimonianze di una trentina di persone, tra laici ed ecclesiastici. Un ruolo importante ebbero le deposizioni dei frati Dionisio Ponzio, Giovan Battista Cortesi, Pietro da Stilo e Silvestro Lauriana, infarcite da un intrico di sospetti e di rancori personali; le confessioni si alternarono alle ritrattazioni nel tentativo di minimizzare il coinvolgimento diretto nella congiura e il rapporto personale instaurato con Campanella.

Nel costituto del 4 sett. 1599 Cortesi, riferendo i colloqui avuti con Campanella, aveva confessato al M. che se prima stimava il frate di Stilo “huomo da bene” ora lo riteneva per “homo tristo”, mentre si diceva “grandemente scandalizzato” da fra Dionisio che prima aveva stimato per “bon religioso” (Amabile, III, p. 199). Il 10 maggio 1600, di nuovo esaminato a Napoli davanti al nunzio Iacopo Aldobrandini e ad altri ecclesiastici, Cortesi confermò le cose dette al M., ma aggiunse che Campanella lo aveva per questo minacciato (ibid., p. 258). Il 15 maggio il M. e il suo socio fra Cornelio Del Monte da Nizza a loro volta furono chiamati a deporre come testi; il M. scagionò Cortesi dall’aver detto parole a danno di Campanella e suoi complici, ma alcuni imputati precedentemente esaminati a Squillace dal M., tra i quali i frati Domenico Petrolo e Pietro da Stilo, chiamati nuovamente a testimoniare, lamentarono alcune irregolarità compiute dal M. nella trascrizione delle testimonianze, irregolarità che avrebbero oscurato le cose da loro dette a favore della buona fede di Campanella. Altri, come fra Silvestro Lauriana, accusarono il M. e soprattutto fra Cornelio di aver proferito minacce accompagnate da torture e subornazioni. Lo scopo di tale condotta sarebbe stato quello di far confessare agli imputati una serie di eresie sui dogmi e sui sacramenti, che dovevano essere giudicate dal tribunale del S. Uffizio, e di porre in secondo piano la tesi del complotto contro il papa attuato con l’appoggio dei Turchi, reato contro il quale avrebbe proceduto con maggiore severità la giustizia secolare.

Dopo il controverso periodo calabrese il M. proseguì con successo la carriera ecclesiastica: nel 1600 Clemente VIII lo designò vicario generale della Congregazione della Sanità e nel 1601 il maestro generale Jerónimo Xavierre lo chiamò a Roma come procuratore generale dell’Ordine domenicano.

Con Xavierre il M. non ebbe un rapporto facile a causa del suo atteggiamento ritenuto troppo modesto per una carica di tale rilievo. I suoi biografi ricordano, infatti, che il M., anche durante il soggiorno romano, vestiva panni di lana, digiunava, non mangiava comunque mai carne, destinava alle elemosine la sua prebenda di procuratore e rifiutava gli inviti nelle case dei nobili “sapendo che i secolari sono rigorosi censori della vita de’ frati” (Lopez, c. 541).

Nel 1605, al tempo della canonizzazione di Carlo Borromeo, il M. fu uno dei tredici consultori della congregazione dei riti. Per modestia, o a causa di impegni derivanti dallo svolgimento del proprio ufficio di procuratore, il M. rifiutò due incarichi a esso connessi: l’insegnamento di teologia alla Sapienza e il discorso di rito che per consuetudine il procuratore generale dei domenicani teneva nella cappella Sistina in presenza del papa durante la cerimonia con la quale si iniziava a Roma la pratica delle Quarantore. In entrambi i casi si fece sostituire dal confratello D. Gravina.

Nel 1608 il M. ritornò a Napoli, dove fu eletto visitatore e vicario della provincia d’Abruzzo e, nuovamente, vicario generale dell’Osservanza. Trascorse gli ultimi anni di vita nel convento della Sanità. Già vecchio e malato chiese, senza esito, di essere inviato a Costantinopoli per convertire i maomettani e riavvicinare i cristiani scismatici alla fede cattolica.

A tal fine si impegnò nelle conversioni degli infedeli, esortando i confratelli “ad istruirsi nelle lingue opportune a tale effetto” (Lopez, cc. 536 s.) e adoprandosi perché in coro, durante le messe solenni, si cantasse per intero il Simbolo costantinopolitano (Milante, p. 40). Devoto alla Vergine del Rosario, di cui promosse la Confraternita napoletana, si dedicò all’insegnamento della dottrina cristiana soprattutto nei villaggi e piccoli centri dove mancavano scuole.

Il M. morì a Napoli, nel convento di S. Maria della Sanità, il 15 marzo 1616.

Le fonti agiografiche riportano concordemente che una folla immensa accorse al suo funerale, baciandogli le mani, strappandogli le vesti, i capelli e la barba. Il corpo del M. “stette quattro giorni insepolto, trattabile, senza segno di corruzione, o mal’odore, restando in molte parti la carne di color acceso che in sanitade havea” (Lopez, c. 549). Ancora incorrotto, il corpo fu sepolto nell’aprile del 1616 nella cappella del Ss. Nome di Gesù, nella chiesa della Sanità. Dopo un anno dalla morte fu data alle stampe una relazione sui miracoli del M. e sulla devozione di cui era oggetto il suo sepolcro. Molti miracoli ricordati dagli agiografi riguardano guarigioni di donne o parti prematuri giunti a buon fine. Notevole è la rievocazione di alcune apparizioni del M. alla fondatrice del monastero napoletano di S. Maria del Divino Amore, la suora domenicana Maria Villani che, senza avere mai conosciuto il M. in vita, in estasi ne vide con chiarezza le fattezze del volto e l’anima “condotta al Cielo in mezzo a’ chori degli angeli” (Marchese, 1674, p. 409).

Il processo di canonizzazione, iniziato subito dopo la morte e poi interrotto, riaperto sotto Urbano VIII tra il 1621 e il 1626 e di nuovo tra il 1627 e il 1647, si arrestò alla proclamazione del “non culto”.

 

Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Arch. della Congreg. delle cause dei santi, Antico, 6422, I, pp. 205 s., 231 s., 242 s., 377 s., 395; 6086, p. 313; Arch. di Stato di Firenze, Carte Strozziane, s. I, 325, cc. 148-212; C. D’Engenio Caracciolo, Napoli sacra(, Napoli 1624, p. 614; D. Gravina, Vox turturis seu de florenti usque ad( Ss. Benedicti, Dominici, Francisci et aliarum sacrarum Religionum, statu(, II, Neapoli 1625, p. 177; M. Monaco, Sanctuarium Capuanum(, Neapoli 1630, p. 206; J. Lopez, Quinta parte dell’Istoria di S. Domenico e del suo Ordine de’ predicatori(, tradotta dallo spagnolo(, Messina 1652, cc. 532-549; V.M. Fontana, Sacrum theatrum Dominicanum(, II, Romae 1666, p. 468; D.M. Marchese, Vita della serva di Dio suor Maria Villani dell’Ordine de’ predicatori(, Napoli 1674, pp. 409-411; Id., Sagro diario domenicano, II, Napoli 1675, pp. 47-54; J. Quétif – J. échard, Scriptores Ordinis praedicatorum, Lutetiae Parisiorum 1719-21, II, p. 4; T. Milante, De viris illustribus Congregationis S. Mariae Sanitatis eiusdem Ordinis, Neapoli 1745, pp. 37-43; L. Amabile, Fra Tommaso Campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia(, Napoli 1882, I, pp. 196-267; III, pp. 194-217, 260 s., 446-470; R. Musone, Vita del gran servo di Dio f. M. M., Marcianise 1911; D.A. Mortier, Histoire des maîtres généreaux de l’Ordre des frères prêcheurs, Paris 1913, VI, pp. 58 s.; I. Taurisano, Hierarchia Ordinis praedicatorum, I, Romae 1916, p. 103; V. Spampanato, Vita di Giordano Bruno con documenti editi e inediti, Messina 1921, I, pp. 195-208; II, pp. 474 s.; M. Miele, La riforma domenicana a Napoli nel periodo post-tridentino (1583-1725), Roma 1963, pp. 12-16, 45-185; Id., Domenico Gravina O. p. (1573-1643). Cenni bio-bibliografici, in Memorie domenicane, n.s., XLV (1969), pp. 114-149; R. De Maio, Pittura e Controriforma a Napoli, Bari 1983, pp. 11, 59, 147, 183, 216; G.F. D’Andrea, S. Maria della Sanità di Napoli. Storia, documenti, iscrizioni, Napoli 1984, pp. 17 s., 81 s.; M. Miele, M. M. da Marcianise e la riforma domenicana a Napoli, in Campania sacra, XVIII (1987) pp. 78-93; G. Cioffari – M. Miele, Storia dei domenicani nell’Italia meridionale, Napoli 1993, II, pp. 239, 294, 300-303, 311, 313, 315-317, 322, 402, 423; P. Messina, Fabri, Sisto, in Diz. biografico degli Italiani, XLIII, Roma 1993, p. 761; R. Villari, La rivolta antispagnola a Napoli: le origini, 1585-1647, Roma 1994, p. 77; L. Firpo, I processi di Tommaso Campanella, a cura di E. Canone, Roma 1998, pp. 110 s., 156 s., 301; G. Papa, Le cause di canonizzazione nel primo periodo della congregazione dei Riti (1588-1634), Città del Vaticano 2001, pp. 97, 304, 313.   M.P. Paoli

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