Busacca Francesco

Nacque a Marcianise il 26 Maggio 1876, morì il 3 Agosto 1931. Il 9 Ottobre 1931 la riconoscenza cittadina, volle apporre un ricordo marmoreo vicino alla sua casa; in quella commovente cerimonia pronunziai il discorso commemorativo, che fu pubblicato dalla tipografia Russo di Caserta, e che qui appresso trascrivo nei suoi tratti salienti.
Discepolo ed ammiratore del Maestro Francesco Busacca, ho sentito come un dovere imprescindibile, scrivere queste poche e commosse pagine commemorative, come tributo di venerazione e di affetto alla sua memoria, e leggerle principalmente al cospetto di questa casa, ove le mura ancora risuonano delle sue dolci melodie; al cospetto di questo marmo, che nella sua semplice austerità, assume nelle anime nostre una fisionomia ed un linguaggio che supera ogni verbo.
Qui, meglio che altrove, l’anima si compenetra di lui in un religioso raccoglimento, qui meglio che altrove, si impersona e rifulge la sua esistenza, materiata e plasmata lungamente dalla sua grande anima di artista, dal suo nobile cuore, dal suo genio squisito che attingeva l’intima vibrazione dalle vette sublimi del soprannaturale.
Con la sua morte, l’arte ha perduto un nobile artefice, ed il nostro paese ha visto travolgere una visione di fastigio e di grandezza, e ferire una parte integrale del suo orgoglio, perchè ha visto tramontare il suo periodo aureo della musica, e con stupore indicibile, ha visto infrangersi la più bella colonna del suo tempio dell’arte.
Presi da un silenzio di angoscia, tra singhiozzo ed una lagrima, abbiamo tutti sentito come se la dolce melodia, ravvolta in nere gramaglie, si fosse rifugiata mesta e taciturna, nell’angolo più remoto del nostro paese, chiusa nel proprio dolore, vedova del suo migliore artefice, nel silenzio gelido, così come la sua spoglia esanime, in attesa che altra mano si renda degna di richiamarla sul soglio dorato ove egli l’aveva assisa.
Era da tutti sinceramente amato, perchè riassumeva in lui, in una fusione magnifica, le più belle qualità artistiche e morali; egli aveva determinato negli animi una risonanza direi quasi idealistica, perchè ognuno vedeva in lui, sotto il profilo dell’artefice del bello, rispecchiarsi un po’ dell’anima propria.
Carattere adamantino, la sua vita intemerata fu esempio di rettitudine impeccabile; amò la quiete dello spirito, lunge dall’intrigo e dai vani fanatismi; le grandi manifestazioni di stima non lo inorgoglirono, perchè il suo animo era scevro da qualsiasi vanità.
Questo era l’uomo, tutto un complesso di nobili virtù, che lo rendevano caro più che un fratello, che lo facevano amare con la sentimentalità di figlio, che lo faceva adorare come l’uomo superiore che aveva avuto il fascino della creatura sovrana.
Ma questo mistico rito non vuole rimpianti che ne mitigano la solennità; non è commemorazione la nostra, ma sublimazione di uno spirito eletto, che ascende per le vie della trasformazione ideale, mentre la fragile fibra cade e si dissolve; non rimpianti vuole chi creò con la sua opera il monumento di se stesso, che lo rende costantemente vivo e palpitante, e lo lega al ricordo ed alla venerazione delle generazioni avvenire, che va oltre i confini del semplice sentimento personale, e diventa patrimonio di un culto e di un’idea.
L’opera del Maestro, può essere vagliata sotto un triplice profilo: il pianista, l’educatore e il compositore. Darò ad essa uno sguardo fugace e sommario.
• Il pianista. In questo campo egli aveva requisiti realmente eccezionali; non era la tecnica o la precisione, oppure l’agilità sorprendente delle sue dita, ma un tocco dolce e poderoso, che aveva qualche cosa di suggestivo ed affascinante. Io non saprei caratterizzare in che cosa consistesse; certo il piano sotto le sue dita assumeva una fisonomia ed un’impronta, direi quasi aristocratica e solenne. Sarà forse perchè la sua mano aveva una duttilità e morbidezza straordinaria, sarà forse perchè egli trasfondeva nella meccanica del suono, le intime vibrazioni della sua anima sensibilissima, certo egli sapeva ricavare dal piano una speciale qualità di suono, che era tutto un fascino ed avvinceva fin’anco i meno disposti.
Non vi erano difficoltà che non fossero superate con grande maestria; le pagine più complicate come quelle più semplici, sotto l’agile e delicato tocco delle sue dita, assumevano il sapore di una eloquenza calda e penetrante.
Egli sapeva trarre dal piano linguaggi reconditi e squisiti; ogni sfumatura ebbe vibrazioni insolite, armonie e ritmi inusitati, che determinavano fremiti ed entusiasmi.
Chi non lo ricorda centro e vita di tutte le manifestazioni artistico-musicali del nostro paese?
Egli era l’indispensabile, era un po’ come una istituzione; bastava fare il suo nome per conferire dignità e prestigio ad ogni esecuzione; chi potrà mai dimenticare la sua figura agile e svelta? chi potrà mai dimenticare le belle ore in cui noi tutti raccolti in religioso silenzio, intorno a lui, vicino al piano, assaporavamo le più belle pagine di musica classica?
Dolci e dolorosi ricordi, memorie meste e liete, che resteranno impresse entro di noi con l’effige del martirio. Quando penso che quelle mani meravigliose e quel cuore sono immoti, che tanta poesia oggi è un mito, che egli stesso oggi è un ricordo, mi vince un senso di esasperazione contro l’ingrato destino, che volle troncargli la giornata innanzi sera, mi vince un senso di profonda angoscia, pensando che ogni qual volta ci perverrà l’eco del suono di un piano, ci ricorderemo di lui, tant’era congenita presso di noi, la sua immagine in quel nobile ordigno.
• L’educatore. Al ministero educativo consacrò con viva predilezione le sue migliori energie, specie negli ultimi anni della sua esistenza. Non perchè egli avesse avuto simpatia per l’attività metodica all’insegnamento, ma perchè in quello agone, vedeva la possibilità di cimentare un po’ i suoi sentimenti artistici. Nella scuola egli fu il propulsore di tutta una fresca ondata di sentimentalità artistica, che nelle sue magnifiche e superbe espressioni pervenne a risultati veramente lusinghieri.
Egli fu considerato come la figura integrativa, come l’artefice la cui opera preziosa, il più delle volte, faceva spogliare la scuola stessa della sua veste metodica, per assurgere a cenacolo di arte, in cui il suo ardimento e la sua forza di volontà, osarono fin’anco cimentarsi nella interpretrazione dei più complicati brani di musica classica e melodrammatica.
E l’opera sua diventa maggiormente pregevole, quando si tien presente che egli ricavava effetti prodigiosi, con la cooperazione di sole Signorine, prive della necessaria preparazione scenica, inconsce delle sensazioni della ribalta, e con mezzi vocali il più delle volte adattati alla meglio.
Era il fascino che egli trasfondeva nell’ambiente; egli era come l’artefice del pollice, a cui bastava una manata di informe creta, per creare il capolavoro.
Una sola era la sua suprema aspirazione, non l’applauso, ma la pura gioia di sentire la sua anima all’unisono con l’anima della folla che lo applaudiva; egli amava cogliere con le sue dita il fiore prediletto nel segreto della propria coscienza, come una soddisfazione intima; era quella la sua migliore retribuzione.
Prova incancellabile della sua preziosa fatica, sono le manifestazioni artistiche svoltesi nell’Educandato di S. Agostino di Caserta, e nella nostra Regia Scuola di Metodo.
Ogni anno vi era la grande attesa: lo spettacolo di chiusura dell’anno scolastico, il simpatico avvenimento di arte. E con animo vivamente commosso, sento il dovere di rilevare, che la sua fatica era sinceramente compensata, dagli applausi frenetici del pubblico, delle insegnanti, delle alunne e financo dei bambini.
Or egli in quelle aule, ha impressa tanta orma di sè, che difficilmente potrà essere obliato; in esse la sua ombra emerge viva e palpitante in ogni gesto ed ogni angolo, ov’ebbe a ripercuotersi la sua opera magnifica; vi è qualche cosa che va oltre il ricordo ed il rimpianto, e si eleva in un’atmosfera obbiettiva e spirituale, in cui la sua figura diventa un monito, un esempio, una guida.
• Il compositore. Da uno sguardo sommario, la produzione del Maestro si compone in massima parte di musica ecclesiastica; essa va esaminata sotto questo profilo, come il campo nel quale egli profuse la maggiore ricchezza e la migliore dovizia, del suo genio e della sua cultura.
Non è a dire però che la musica religiosa sia di natura più semplice di quella profana; il concetto è errato, perocchè in questo campo vi sono pagine di una eloquenza semplice, ma calda e toccante, nelle quali gli intrecci e gli sviluppi designano punti elevatissimi di armonia e polifonia.
Nella musica religiosa, a differenza del melodramma, in cui la natura si umanizza e trae maggior vantaggio dalle situazioni sceniche, vi è semplicemente il senso mistico della parola e del pensiero, che il più delle volte si eleva fino a ricongiungersi alla divinità.
Egli è che seguire l’altezza del concetto, e rendere con armonia degna e proporzionata la sua elevatezza, il germe di emotività che ne è l’elemento pulsante, costituisce il vario grado di potenzialità della composizione e la sua consistenza. Premessi questi pochi e semplici criterii in linea generale, rivolgiamo lo sguardo, sia anche fugace, ma particolarmente alla produzione del Maestro. Essa è costituita da varie Messe, alcune di indole liturgica, secondo il così detto motu proprio, altre nelle quali vige con maggiore libertà il sentimento dell’artista; una Messa funebre, una marcia funebre, un’Ave Maria, un Gloria Patri, le tre ore di Agonia e quelle della Desolata, alcuni inni, preludii e sinfonie. In genere, le composizioni hanno soprattutto una frase spontanea ed una linea melodica geniale, che conquide a primo colpo perchè, la melodia non è frutto di artificio, ma è espressione pura, che scaturisce da un naturale e spontaneo sentimento. Ogni composizione è organica, perchè in ciascuna egli si propone il tema conduttore, e lo svolge nella complessività delle architetture dei suoni, sicchè la cellula primigenia campeggia larga e coerente nella sua espressività, e l’elemento armonico non è deformato.
Egli, specie alle composizioni liturgiche, ha dato, direi quasi una caratteristica propria, che si differenzia con privilegio, perchè, mentre ha rispettato i canoni della liturgia, le ha sottratte dalle metodiche fusioni tonali castigate, e le ha elevate a componimenti di arte, in cui vige la linea geniale, elemento necessario ed indispensabile, per arrivare alle vie dell’anima.
Il pregio consiste appunto nell’aver saputo coordinare, con fine accorgimento, tutti gli elementi in modo, che ciascuno abbia la sua proporzionale importanza, in concorso con gli altri; sicchè mentre da una parte si nota lo spunto assolo, il passo sinfonico ed il movimento orchestrale, dall’altra emerge il recitato di indole Gregoriana e la frase non è ripetuta. In complesso ogni componimento nella sua organicità, riesce di pieno gradimento a tutte le sentimentalità.
Pervenire a simili risultati, non è facile compito, e non è alla portata comune, perchè oltre alla grande padronanza della struttura armonica e contropuntistica, occorre che nel compositore vi sia la tempra dell’artista, che la sua anima canti e prelevi la scintilla dalle vette sublimi del soprannaturale, occorre la potenza di prospettare in una semplice frase, uno stato d’ani ma, lunge dalle vane peregrinazioni di idee superficiali e contorte.
Ecco il vero segreto della grandezza del Maestro Busacca; la sua composizione sembra facile, perché trova facile ripercussione nell’anima dell’ascoltatore, ma non è opera facile imitarla. Veri gioielli di arte sono i preludi, le sinfonie ed alcuni pensieri melodici nell’intervallo tra il Sanctus ed il Benedictus: brani di alto sentimento in cui la sua grande anima si palesa in note di una bellezza ispirata, e tutta la passionalità del suo spirito trabocca in concetti, che scaturiscono come sintesi luminose del suo genio squisito.
In uno campeggia un assolo di violoncello, a cui risponde l’eco di un violino, che ripete a canone la frase e si completa nell’intervento maestoso della massa orchestrale; in un altro è tutta la massa delle corde che canta con frase piena ed abbondante una soave melodia.
Meravigliosi e commoventi son la marcia funebre e l’intermezzo della Messa funebre; note sublimi che infondono un palpito di dolore e di schianto, perchè la immaginazione è viva e penetrante.
Da queste considerazioni fugaci e sommarie indubbiamente si ha la sensazione che le composizioni del Maestro si trovano in prima linea nel campo della musica religiosa, e che egli non ebbe a sudare invano, ma lasciò un patrimonio che è cimelio sacro non solo alla sua famiglia, ma soprattutto al nostro paese ed all’arte.
Certo il tempo, questo vecchio aforismo, che inesorabilmente seleziona, investe e travolge, nell’oblio della sua notte sterminatrice, le cose caduche, sosterà pensoso e perplesso, dinanzi alla umile e gloriosa fiamma, che egli accese con la sua opera, e che noi materiammo e nutrimmo col calore delle anime nostre e col palpito della nostra passione.
In questa rapida sintesi, ho avuto un solo scopo, cioè quello di fermare i nostri ricordi, ricostruire la produzione del Maestro, e segnare le pietre miliari della opera, nella speranza che queste povere parole arriveranno alle generazioni avvenire, così come indubbiamente vi arriverà il suo nome e la sua opera.
Povera e meschina cosa è certo questa cronaca retrospettiva, ma è gia qualche cosa, è la spoglia inanimata di ciò che un tempo fu creatura viva.
Fu scritto che l’oratore dinanzi alla posterità è un re decaduto, spogliato della pompa, della sua corona e dei suoi trofei; fu detto che la sua opera va scritta sui flutti del mare, in balìa delle onde; così disgraziatamente è anche del pianista e dello educatore, di cui la maggior parte va irremissibilmente perduta, in un tenue velo di ricordo e di rimpianto.
Però ad intendere la forza del fulmine, basta contemplare l’albergo gigantesco che esso schiantò; sarà almeno una serie di ricordi, che nell’animo ansioso ed indagatore, parlerà il suo linguaggio suggestivo.
Saranno queste mie modeste parole che ho scritte con tutta passione dell’anima mia, che parleranno di lui, fors’anco quando noi stessi saremo un ricordo; saranno le sue dolci melodie, che diranno della sua nobile anima e del suo genio squisito; sarà almeno questo marmo, a cui noi abbiamo dato una anima ed una favella, che dirà ai posteri che egli onorò noi stessi e l’arte.
Ed essi vedranno forse da tutti questi fattori, risorgere viva l’immagine di lui, così come una serie di vivide fiamme, nelle tenebre della notte, svela agli occhi del viandante pensoso, la struttura gigantesca di una città immersa nel sonno.

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