La Repubblica napoletana del 1799: società, ideali, istituzioni. Relazione tenuta al cenacolo culturale di Marcianise il 4 aprile 2014. Prof. Tommaso Zarrillo

 

L’esperienza repubblicana del 1799 a Napoli e nel Meridione  è stata variamente interpretata. La storiografia di stampo nazionalistico l’ha fortemente ridimensionata con giudizi come quello di Oriani, che addirittura identifica la Repubblica del ‘99 con” un melodramma…. recitato da una compagnia di poeti e scienziati”. 

Nel dopoguerra però tutta una storiografia  di orientamento  laico-democratico  l’ha invece valorizzata con posizioni diverse;alcuni studiosi apprezzandone gli ideali,ma rilevando l’esiguità dei risultati conseguiti;altri sottolineandone il contributo allo sviluppo di una nuova cultura politica,ma criticando lo scollamento dal popolo dei patrioti napoletani. Molti studiosi contemporanei,riprendendo la posizione di Benedetto Croce, hanno dimostrato come il movimento repubblicano del ’99 fosse già permeato da quelle  idee che segnarono  l’inizio  del Risorgimento italiano e quindi per questi storici  i patrioti napoletani furono “i precursori e i primi partabandiera dell’Unità d’Italia”.

Nell’ambito dei più recenti contributi storiografici va riconosciuto all’Istituto di  Studi filosofici di Napoli il merito di aver  condotto una ricerca sistematica con varie pubblicazioni e con coinvolgimento di molte scuole presso le quali sono stati organizzati per un periodo convegni e conferenze,consentendo ad un pubblico più ampio di venire a conoscenza di un storia,che, per ragioni varie, era stata trascurata e deliberatamente rimossa.

Dalle letture fatte in questa settimana mi sono convinto che  la Repubblica napoletana del 1799 è stata una grande esperienza democratica realizzata a Napoli e in tutto il meridione d’Italia,nata non soltanto da un’elite di intellettuali illuministi,ma prodotta da   una forte spinta popolare,che alimentò l’azione di diversi ceti sociali,da quelli nobili  a quelli borghesi ,ad esponenti di ceti contadini ,artigiani ecc. e che vide la partecipazione  di molti giovani. Un movimento che fu il prodotto,come vedremo dopo,di forti spinte ideali ma che fu anche la conseguenza di un aggravarsi della situazione economica e sociale determinata della  carestia del 1764 e prodotta a sua volta soprattutto dalla crisi dell’industria  della seta e di quella  della produzione del grano. Francesco Longano nel suo Viaggio per la Capitanata parla di ”Un furore popolare”,che spinse i contadini a  disboscare e dissodare terreni demaniali incolti,per ricavare intanto dalla loro coltivazione lo stretto necessario per la sopravvivenza. L’iniziativa in verità non procurerà  alcun vantaggio  alle classi contadine per la presenza di incettatori,di mediatori e di vincoli feudali troppo condizionanti.

Raccogliendo questa spinta proveniente soprattutto dalle masse contadine, i patrioti napoletani organizzeranno una gestione della Repubblica in maniera ampiamente democratica e con una metodologia di lavoro,promotrice  del confronto tra le posizioni. Come dimostreremo in seguito,sarà anche  la scelta di ampliare eccessivamente gli organismi della partecipazione ad essere una delle cause   della sua tragica fine.

Mi atterrò quindi a questa idea nel trattare  l’argomento relativo al  contesto sociale, in  cui si colloca la Repubblica del 1799,agli  ideali che ne provocarono la nascita ,alla struttura del nuovo  Stato,consapevole di non potere approfondire in una relazione campi d’indagine, che richiederebbero uno studio ed un’analisi più accurati.

Del quadro sociale del tempo molti  cercarono  di offrire  una lettura in termini di contrapposizione tra ceti alti e ceti bassi. Cuoco nel suo famoso “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” distinse infatti una città alta, ricca e benestante,  ed una città bassa, segnata dalla miseria e dal bisogno. Filangieri divise la società napoletana del tempo in nobili e masse contadine.

Gli studi condotti dal Landi,dal Donati,dal Rodolico ci presentano invece un quadro sociale più articolato. La struttura della  società di fine settecento a Napoli possiede infatti delle differenziazioni ,che l’avvicinano alle moderne società. I nobili  per esempio  erano quelli che possedevano antichi feudi,ma erano anche quelli che componevano l’entourage della corte,compresi alcuni alti prelati,o quelli che erano parte di  un ceto forense di alto rango o ancora i rappresentanti di un ceto di  commercianti e imprenditori.

Lo stesso ceto medio al suo interno era differenziato in un’area di cittadini professionisti,composta da avvocati,giuristi,economisti, scienziati, filosofi,docenti Universitari, amanti della cultura e di un vivere civile al livello del secolo dei lumi,che  fu un periodo storico segnato da un processo di rinnovamento sociale,culturale,politico ed economico.Ma all’interno di questo stesso ceto medio vi era anche una  nutrita presenza di un gruppo sociale ,composto   da persone arricchitesi con lavori vari o da proprietari terrieri,il cui obiettivo era solo quello di accumulare capitali.

Una particolare attenzione merita tutto l’arcipelago del popolo,di cui facevano parte contadini,artigiani,detti danarosi,per distinguerli dall’altra parte di popolo,costituito dalla plebe nullatenente ed in condizione di estrema miseria. Nella galassia popolare vi erano i Lazzari , un folto gruppo compatto e organizzato con propri capi,interpreti di una napoletanità  folclorica,festosa,teatrale,che però nei momenti del cosiddetto” serra serra” si davano ad azioni di vandalismo,di ruberie,di saccheggi. Erano i rappresentanti dei mestieri più bassi,poco o per nulla redditizi, e quindi segnati pur essi da una profonda miseria.

In questo contesto sociale sostenitori della Repubblica furono alcuni rappresentanti della nobiltà,molti appartenenti al ceto medio colto e a quella parte di popolo,che vedeva nel nuovo governo una possibilità di risolvere annosi problemi di categoria.

 Il ceto contadino soprattutto,che non era guidato da alcuna ideologia politica,ma solo dal desiderio di abolire i feudi e i loro latifondi ,su cui nel passato c’era stato un vivace dibattito,che non era approdato però mai ad alcun risultato,sostenne inizialmente il governo repubblicano.

La Repubblica aveva quindi un’ampia base di consenso,rappresentata da diversi referenti sociali,spesso portatori d’interessi e con obiettivi talvolta contrapposti,che pesarono non poco sull’azione di governo.

E’ chiaro che in una tale società emerge soprattutto quel ceto colto e raffinato ,che aveva contribuito a trasformare Napoli in una delle capitali europee della cultura e che intratteneva rapporti con la migliore intellettualità francese,inglese,tedesca:

Cirillo con Voltaire,Diderot,D’Alambert;Genovesi con Montesquieu;Filangieri con Franklin e con lo stesso Napoleone;Pagano con lo Zar di Russia,che interverrà anche a sua difesa quando sarà condannato a morte; Cimarosa  con le migliori corti europee e con la  Russia; Di Fiore con Sthendhal ecc.

In questa folta schiera di cittadini vi  furono i veri sostenitori della Repubblica ,quelli che  fornirono ad essa le elaborazioni del loro pensiero,le loro competenze  e la loro passione politica.

I più feroci oppositori del regime repubblicano furono  invece i lazzari,che, nonostante le sollecitazioni del commissario francese Antoine Jullien a conquistare questo ceto,non fu mai possibile guadagnarlo alla causa repubblicana.

In una società così composita un ruolo determinante ebbe la Chiesa con i suoi circa 90.000 religiosi tra sacerdoti,monaci e suore.

”Non vi è una casa a Napoli dove non si trova un prete o una monaca.-sosterrà il diplomatico francese Charles Louis d’E’on Sono consultati su tutto e decidono di ogni cosa. Sono arbitri tra mariti e mogli,fratelli,sorelle,parenti,amici e anche domestici;tutti nella famiglia dipendono da loro”.

Il legame di questi religiosi con le masse popolari era molto forte. Nel 1793 un sacerdote di Ruvo scrisse una lettera al re,nella quale così si esprimeva:”Signore ,li ricchi si riducono a 10 o 12,ma li poveri son circa 2400,questi son quelli che mantengono in parte la Real Corona e non già essi,perché chi per via di prepotenze,chi per altri iniqui sotterfugi,o poco o niente pagano al Catasto,e li poveri sono esattamente quelli che portano la croce sulle spalle. Dirà Vostra Maestà perché ho avuto io la premura di riferire genuinamente li fatti e non l’anno fatto li rappresentanti di questa Università?Mi sono mosso perché a me preme la salute dei vostri vassalli e miei filiani,e non preme ai rappresentanti perché sono nella stessa nave dei ricchi”. Di questi documenti ve ne sono diversi e testimoniano l’azione spesso di parroci a difesa della povera gente contro le prepotenze dei signori. A Lacedonia ad esempio un  parroco si rivolgeva anch’egli al re lamentandosi dello “stato lagrimevolissimo della popolazione per cagione delle usure enormissime che si praticavano da parecchi cittadini facoltosi a rovina dei bracciali e coloni necessitosi”definendoli”insaziabili antropofagi”a difesa di una popolazione”ridotta per tali usure ed  oppressioni ad una condizione la più funesta e pieghevole”.Grazie a questi stretti legami i religiosi nel 1799 esercitarono un forte influenza sulla popolazione contadina.

Questa sorta di società religiosa  in parte non fu ostile alla Repubblica. Molti furono infatti  gli appelli di vescovi e di sacerdoti ,a sostegno del nuovo governo.

Ci restano , tra le altre cose, catechismi repubblicani e lettere pastorali con le quali i prelati invitano i fedeli a sostenere il nuovo Stato con motivazioni che legano i valori repubblicani ai principi della stessa religione cristiana o che invitano  a considerare la Libertà e l’Uguaglianza ,le uniche  in grado di combattere “l’ignoranza e la protervia, di trasformare dei sudditi in cittadini”.

 Le idee,che favorirono lo sviluppo del movimento rivoluzionario del 1799, erano di provenienza diversa.:

a.  Rosario Villari sostiene che gli ideali di libertà e di uguaglianza  a Napoli già c’erano e si erano formati intorno alla Repubblica napoletana del 1647,dopo la morte di Masaniello. Il riferimento a questa esperienza,pur lontana un secolo e mezzo  da quella che stiamo trattando, potrà farci comprendere meglio le differenze tra i due movimenti rivoluzionari, che portarono alla nascita dei due Stati repubblicani a Napoli,ma ci servirà anche a capire che cosa mancherà nel movimento del 1799.

Le condizioni culturali,con le debite differenze temporali,tra la Napoli della seconda metà del ‘600 e la Napoli della seconda metà del ‘700,erano le stesse. Anche la Napoli della seconda metà del ‘600 era stata attraversata da nuove correnti di pensiero. Studiosi come Giuseppe Valletta,Tommaso Cornelio,Francesco D’Andrea,Leonardo De Capua avevano contribuito al rinnovamento culturale napoletano diffondendo le idee del nuovo pensiero filosofico e scientifico.

I rivoluzionari di questa prima esperienza repubblicana,attingendo alle nuove idee ,elaborarono quei due famosi manifesti di Ottobre e di Dicembre del 1647,  nei quali i repubblicani napoletani,tra i primi, svolsero in Europa un’ analisi sulle responsabilità del vicereame,sul concetto di  Nazione,entità che appartiene  non solo ai nobili,ma  anche al popolo, e sulle colpe dei baroni nel provocare agitazioni sociali, manifesti, che fecero il giro dell’Europa e attirarono l’attenzione  dello stesso Cromwell.

La Repubblica del 1647 nacque  da un  forte movimento antifeudale, che unì contadini,borghesi e Chiesa,allora rappresentata dal Cardinale Filomarino,sostenitore delle istanze popolari e mediatore tra il popolo e la corte.

La forza di quella prima esperienza stava tutta nell’unità delle forze borghesi, contadine e cattoliche. Questa spinta unitaria del movimento ritornò anche nel 1799. Nella prima fase infatti la Repubblica ebbe questo ampio sostegno.

La differenza sta nella presenza del sanfedismo,che  sarà responsabile non solo  della rottura di questa unità,ma soprattutto del distacco storico dei  ceti contadini dalla battaglia risorgimentale e dalla successiva vita repubblicana.

Gramsci sottolineerà come la perdita delle masse contadine alla causa repubblicana sarà  una delle ragioni dell’incompiutezza del nostro Risorgimento prima e della conseguente esperienza dello Stato unitario dopo.

 b.  Una sorgente delle nuove idee  liberali fu soprattutto la Francia rivoluzionaria. Dopo l’evento rivoluzionario francese per vie diverse giunsero in Italia  le nuove idee di libertà e di uguaglianza. Un canale fu  soprattutto l’esperienza consumatasi nell’esilio di molti patrioti napoletani e meridionali,i quali , dopo la repressione borbonica del 1794, si recarono  a Marsiglia, a Tolosa,a Lione,dove vennero in contatto con associazioni,società,con il clima culturale,che si era creato dopo la Rivoluzione francese. Singolare fu l’esperienza dell’esilio fatta,come sostiene AnnaMaria Rao,da diversi patrioti napoletani. Lauberg,Letizia,Abbamonti, De Tommaso,Salfi,Galdi,si formeranno nella piccola repubblica di Oneglia,presieduta da Filippo Buonarroti ,inviato dalla Francia a governare quella prima repubblica napoleonica in Italia.

Quando Benedetto Croce collegherà l’origine del Risorgimento alle idee della Repubblica del ’99 penserà soprattutto a questi patrioti,che erano animati da una tensione unitaria  e coltivarono il sogno di un’Italia libera e indipendente.

Di fronte alla crisi ,che colpirà poi le repubbliche napoleoniche,furono soprattutto i patrioti napoletani a chiedere alla Francia di raccogliere tutte le energie in un’unica battaglia nazionale per l’indipendenza dell’Italia,richiesta che purtroppo non troverà ascolto da parte  francese.

c.  Un’altra fonte di produzione delle idee repubblicane fu il dibattito che si aprì tra gli intellettuali del tempo e dei periodi seguenti.

Autorevole fu  la posizione di Alessandro Manzoni,che nel suo “Saggio comparativo tra la Rivoluzione francese e la rivoluzione napoletana” sosterrà  che gli ideali liberaldemocratici scaturirono dal movimento riformatore del ‘700 e dal dispotismo illuminato. In questa posizione c’è un fondo di verità perché soprattutto a Napoli c’era stato il governo di  Carlo III,sovrano illuminato,che con l’aiuto di intellettuali,come Filangieri,Genovesi,Galiani ecc. aveva promosso una serie di riforme.

A me interessa però soprattutto sottolineare il significativo contributo  allo sviluppo delle nuove idee offerto dagli intellettuali napoletani. Essi erano tutti imbevuti di idee illuministe. Va ricordato che tra le opere, fatte pubblicate o comunque diffondere, dal governo provvisorio a Napoli vi furono anche quelle di Montesquieu , di Rousseau ,di Voltaire,i padri cioè dell’illuminismo europeo.

La filosofia dei lumi a Napoli non fu vissuta però solo come un’attività speculativa e teorica,ma fu legata  ai problemi dell’economia,della società,della legislazione,della cultura e fu soprattutto uno stimolo all’impegno civile.

Tra i  maggiori, Antonio Genovesi, Giuseppe Maria Galanti e  Gaetano Filangieri seppero legare le  visioni teoriche alla società. “Perché è vero che la società è animata dal pensiero dei filosofi,ma la grandezza di una società –osserva  Genovesi-è sostenuta ed alimentata dall’agricoltore,dal pastore,dal filatore ,dal tessitore,dal mercante,dall’arti in somma,che  non fioriscono dove non si lasci libertà agli artisti. Quell’opprimere lo spirito dei contadini,dei pastori,degli artisti, perché muoiono senza aver mai saputo di essere cittadini, significa indebolire i fondamenti della grandezza dello Stato”. E ancora per Filangieri  un cambiamento potrà avvenire solo attraverso una nuova legislazione in uno stato,come quello napoletano,dove la società è proprio soffocata da un impianto legislativo,che immobilizza la vita economica,

sociale e politica .”La vita degli uomini-dirà Filangieri- merita maggiore rispetto;ci è un altro mezzo,indipendente dalla forza e dalle armi, per giungere alla  grandezza;le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale. La società europea appare al Filangieri profondamente mutata. “Il popolo non è più schiavo,ed i nobili non ne sono più i tiranni”ma “il regno di Napoli si distingue per involuzione ed arretratezza economica e politica”.

E ancora con Galanti la filosofia dei lumi deve servire a dare alla società  un’anima civile ,che potrà essere alimentata solo dalla libertà unita all’educazione dei popoli, dal rispetto delle leggi e da una corretta amministrazione della giustizia.

Tutto questo dibattito a cui bisognerebbe aggiungere altri nomi,come quello di Giuseppe Palmieri(come creare un ceto di proprietari terrieri borghesi per  un vero sviluppo capitalistico dell’economia),di Carlo Antonio Broggia (sulla difesa degli strati più poveri), di Domenico Di  Gennaro(con gli studi sull’economia del grano),di Domenico Grimaldi (con le ricerche sull’oleario)costituì l’alimento della rivoluzione del 1799. Sarebbe anche molto interessante approfondire le ricerche sullo sviluppo del settore serico,che favoriranno la nascita di un’industria nel meridione,i cui prodotti si faranno spazio  in mercati europei e mondiali e il cui tracollo,dopo l’Unità d’Italia,sarà una delle cause dell’impoverimento del Sud.

Queste posizioni si trascineranno  dietro anche la stessa letteratura,che abbandonerà le visioni idilliche ed  incomincerà a misurarsi coi problemi della società e dello Stato.  Molti  scrittori infatti   uniranno  gli  interessi letterari a quelli  politici.

Cuoco, ad esempio, non scrive solo  il famoso “Saggio”,ma anche  il romanzo “Platone in Italia”, in cui Cleobolo,allievo di Platone,visita la Magna Grecia ed esalta le civiltà italiche precedenti a quella ellenica e romana ,come quella etrusca e sannita,distintesi per le istituzioni civili,per lo sviluppo scientifico  ed  artistico,civiltà che formarono delle vere nazioni o federazioni di comunità,di gruppi sociali ;a quelle civiltà bisogna rifarsi per costruire il nuovo Stato unitario e indipendente. A questa superiorità delle civiltà preromane s’ispirerà poi lo stesso Gioberti per scrivere  il suo famoso libro “Del primato morale e civile degli Italiani”.

Anche Vincenzo Monti ,richiamandosi al romanzo di Cuoco,scriverà l’opera” I Pittagorici”,musicata da Paisiello e rappresentata  al S.Carlo, in cui ricorda il buon governo dei seguaci di Pitagora, venuti  nel VI-V secolo a.c.nel Meridione d’Italia, allontanati o massacrati dai tiranni. E con i pitagorici  Monti  identifica i patrioti napoletani del 1799 perché colpiti dalla stessa sorte.

Questa intellettualità riesce a costruire un sistema di pensiero,che investe le Università,le Accademie,le Associazioni,le stesse scuole,soprattutto quelle religiose,che  si faranno permeare dalle nuove  idee e introdurranno nei loro programmi novità consistenti;basti pensare all’inserimento di altre  discipline e all’adozione di testi cartacei,che sostituiranno i vecchi codici,spesso illeggibili e corrotti.

Sotto la spinta di queste idee nasceranno  a Napoli e nel Sud  Società patriottiche,

Associazioni,Comitati,Circoli ,sale d’istruzione attraverso cui i rappresentanti della Repubblica comunicavano coi cittadini.

Non siamo ancora di fronte ad una società democratica moderna,ma le nuove idee e i progetti di riforme che le accompagnarono,spinsero in quella direzione.

Se solo ci soffermassimo ,ad esempio,sul dibattito  intorno alla natura dello Stato,se doveva avere caratteri spiccatamente repubblicani o federali o ancora federativi o sulla democrazia diretta e rappresentativa,che impegnerà alcuni dei membri più autorevoli della Repubblica del ’99,ci renderemo conto dello spessore culturale dei gruppi intellettuali napoletani e meridionali del tempo.

Non si trattava quindi di gruppi intellettuali chiusi nell’ambito delle proprie ricerche accademiche ,ma di studiosi che ricercarono nei contesti di riferimento la materia del loro filosofare o delle loro indagini . A Napoli infatti è  questo il periodo delle grandi ricerche sullo sviluppo economico,sul commercio,sulle materie finanziarie,sulla sanità,sulla formazione,sull’assistenza. Perciò l’idea che il governo della Repubblica napoletana del 1799 fosse separato dal  popolo mi sembra del tutto fuorviante. Anzi appare una strumentalizzazione della posizione di Cuoco,che non ha mai sostenuto che questa classe di governo vivesse in solitudine tale esperienza.

Ci sono pervenuti documenti, che parlano di pubbliche assemblee, di riunioni di governo aperte alla partecipazione popolare e agli interventi dal pubblico.  Anzi in una di queste riunioni del governo ,di fronte ai tumulti provocati dai presenti,la decisione del presidente Albanese di continuare la riunione a porte chiuse fu contestata dalla stessa Pimentel sulle colonne del Monitore,con l’invito a non vietare la partecipazione dei cittadini e magari ad impiegare la forza pubblica per sedare le agitazioni,proposta che sarà poi accolta.

Durante la Repubblica napoletana il popolo  interveniva nelle cosiddette sale d’istruzione. Spesso  lo stesso governo convocava i cittadini per consultarli su alcune proposte di legge,come ad esempio quelle sui banchi,sui feudi,sui fedecommessi.

I rappresentanti del Governo provvisorio  ricevevano il  pubblico tutte le mattine. I comitati si riunivano ogni giorno ed erano aperti alla partecipazione dei cittadini.

Dai documenti in possesso della Biblioteca nazionale di Napoli e dell’Archivio storico si ricava che funzionarono le Sale  d’Istruzione,a cui fu assegnato  un responsabile nella figura di Vincenzo Russo. In queste sale veniva riunito il popolo, al quale si presentavano progetti  di legge o si illustravano leggi già approvate.

Risulta inoltre che a Napoli e in tutto il Meridione operarono Società patriottiche;in esse  si svolgevano assemblee popolari su diversi problemi.

L’esperienza repubblicana,pur essendo stata breve , creò quindi una rete  di organismi  democratici; la sua  eccessiva articolazione ed estensione però provocò non pochi problemi alla funzionalità del governo.

Ci tengo a sottolineare questa specificità degli illuministi napoletani,quella cioè  di essere stati tra i primi a diffondere una visione democratica della gestione dei pubblici poteri. Dalle loro elaborazioni scaturirono idee sull’organizzazione dei vari settori produttivi o della vita sociale;ma anche contributi   su quelli,che poi diverranno i principi sacri  degli stati moderni,come la libertà di tutti,l’uguaglianza come strumento di giustizia sociale e di lotta ai soprusi,la laicità dello stato e della cultura ,il sistema giudiziario pubblico ,tutore della legalità e del rispetto delle leggi,il riformismo sociale.

 L’Europa intera ci invidiò queste risorse intellettuali.

Se gli ideali furono originali e decisivi per aprire la fase di costruzione dello stato repubblicano ,la gestione incontrò non poche difficoltà fin dal suo inizio, prima coi francesi,poi all’interno della compagine governativa stessa.

Con la fuga del Re e della sua corte a Palermo,il Regno di Napoli fu lasciato nella più completa anarchia. La decisione di  un gruppo di cittadini di dare vita ad un governo a Napoli e al Sud d’Italia è perciò legittima sia sul piano politico sia su quello giuridico.

Il governo provvisorio fu proclamato quindi per colmare questo vuoto di potere,di cui approfittarono soprattutto i lazzari con le solite azioni di saccheggio e questa volta con terribili violenze.

L’intervento militare del  generale francese Championnet,che in verità provocò molte vittime ,e  del Cardinale di Napoli,che organizzò una processione nella quale portò in giro per la città l’ampolla contenente il sangue  di S.Gennaro, riportarono la calma nella città.

La nascita del nuovo Stato non fu serena. Fu  tormentata innanzitutto  dallo scontro con il Direttorio francese.

Uno dei primi atti compiuti dal Direttorio provocò una forte reazione a Napoli.

Il ministro delle finanze francese C. Faypoult infatti fece subito  sequestrare  i beni privati  del re e della sua famiglia,i  banchi, i musei, gli scavi di Pompei.Violenta fu  la reazione del generale   Championnet,  che con una sua lettera accusò Faypoult di prepotenza .

Lo stesso Championnet da parte sua prima fece capire   ai napoletani che sarebbero stati essi i legittimi rappresentanti  del potere repubblicano e poi deliberò che  ogni atto del governo,per divenire esecutivo, sarebbe dovuto essere approvato dal generale in capo,cioè da lui stesso.

Ci volle l’opera di mediazione del commissario inviato dalla Francia Antoine Jullien, per  ricomporre i contrasti e giungere  alla Nascita della Repubblica con il  Progetto di decretazione presentato ai patrioti napoletani da Giuseppe de Logoteta il  22 Gennaio 1799 nella Piazza del Castello di S.Erasmo.

Per l’occasione fu issata la nuova bandiera di colore rosso,giallo e blu e fu suonato il nuovo inno repubblicano musicato da Domenico  Cimarosa.

Il giorno successivo,il  23 Gennaio 1799, Championnet emanò  il decreto di costituzione del governo provvisorio. Sul modello francese il governo fu organizzato in comitati,con la differenza che nella Francia rivoluzionaria erano stati istituiti appena due comitati,nella Repubblica napoletana invece furono istituiti 6 comitati (Centrale,Dell’Interno,di finanze,di legislazione,di polizia generale,Militare),per un totale di 25 membri,che componevano a loro volta una commissione di legislazione,una sorta di Parlamento,che deliberava in materia legislativa.

Furono nominati 4 ministri: Finanze ,Giustizia e polizia,Interno,Guerra e Marina.

Questi organi a loro volta furono affiancati da una molteplicità di commissioni per un totale generale di circa 60  organismi.

Presidente della Repubblica fu nominato Carlo Lauberg, originario di Teano;

segretario il francese Antoine Jullien;generale in capo,com’era scontato, Jean Antoine Étienne Vachier detto Championnet.

Tutto il territorio della Repubblica  fu diviso in 11 Dipartimenti dal francese  Bassal con un decreto,che sarà contestato un po’da tutti tanto che il 25 Aprile il nuovo commissario inviato dalla Francia Abrial dovette   revocarlo.

Anche per il governo delle municipalità in un primo momento si decise di rinnovarle subito con l’elezione disette membri nelle comunità con un numero di abitanti inferiore ai diecimila e di quindici nei Comuni superiori  ai diecimila abitanti,ma poi di fronte ad episodi di anarchia si deliberò di mantenere in  carica fino a nuove decisioni”tutti gli agenti ed impiegati e autorità dell’antico governo tranne i sindaci laddove erano già stati sostituiti nella municipalità”.

L’attività dei comitati e di tutti gli organismi del governo repubblicano non fu facile. Fu condizionata dallo scontro con il Direttorio francese. E’ notorio l’episodio relativo al rifiuto di ricevere ,da parte  del Direttorio , una deputazione della Repubblica napoletana ,dopo che si era recata a Parigi,a seguito della concessione dell’incontro.

La vita interna agli stessi organismi fu agitata da varie polemiche.

Ci furono infatti molte sostituzioni di membri.

Il Presidente Lauberg sarà sostituito da  Abbamonti e il segretario Jullien da Salfi dal 18 Marzo .

Saranno  sostituiti diversi componenti all’interno dei comitati e delle commissioni. Alle finanze ,ministero turbato dalle pretese del ministro delle Finanze francese Faypoult ,si arrivò a cambiare addirittura  tre ministri.

Ad Aprile ci sarà una vera e propria crisi di governo con molte sostituzioni e con la costituzione di due commissioni,una legislativa di 25 membri e l’altra esecutiva di 5 membri,nate per separare la funzione legislativa da quella di governo,confusione che aveva costituito un’anomalia nella precedente compagine governativa.

Il generale Championnet sarà richiamato in Francia e sostituito da Macdonald. Quest’ultimo abbandonerà Napoli con il suo esercito per difendere il Nord Italia dall’attacco degli austro- russi e quindi a Napoli furono lasciate guarnigioni di soldati del tutto insufficienti alla difesa della Repubblica.

Parecchi furono gli atti compiuti dal Governo provvisorio,ma alla loro approvazione o talvolta alla non approvazione, si arrivò  dopo lunghe ed interminabili discussioni,lunghi scontri di posizioni,che in non pochi casi modificavano il deliberato,a volte in senso peggiorativo.

Così ad esempio avvenne per l’abolizione dei fedecommessi,uno strumento attraverso il quale l’eredità veniva assegnata  ad un unico erede,il primogenito.

Genovesi li aveva definiti “rovina delle famiglie”;Filangieri aggiunse“Togliete prima d’ogni altro le primogeniture,togliete i fedecommessi. Sono queste la causa delle ricchezze esorbitanti di pochi,e della miseria della maggior parte. Le primogeniture …. che  diminuiscono all’infinito il numero dei proprietari, sono oggi la rovina della popolazione”.

La Legge fu contestata da Pagano per cui ci fu  la riapertura della discussione,che si chiuderà solo dopo aver raggiunto un compromesso tra le posizioni dei  radicali e quelle dei moderati.

Ancora più travagliato sarà l’iter della Legge per l’abolizione dei feudi.

 La questione era stata già sollevata da Antonio Genovesi per il quale”La causa più grave dell’arretratezza e della miseria sta nella cattiva distribuzione della proprietà”; da Gaetano Filangieri,che  nella Scienza della Legislazione,aveva affermato :”Le cause della miseria sono le ricchezze esorbitanti ed inalienabili degli ecclesiastici,il numero infinitamente piccolo dei proprietari rispetto ai non proprietari,ai braccianti, ….e perciò condannati  alla più spaventevole miseria”.

Le masse contadine si aspettavano subito una legge. Ci fu però una lunga discussione con diverse posizioni,come quella di abolire tutti i privilegi o di abolire solo diritti personali o solo quelli reali o tutti e due insieme,o di mantenere la proprietà dichiarata con titoli di proprietà,o di mantenere quest’ultima ma con pagamento di un indennizzo  da parte dei nobili.

La discussione sulla  proposta di legge fu diverse volte  sospesa. Dopo aver trovato un accordo tra le varie posizioni, il generale in capo Macdonald si rifiutò di firmarla. La Legge sarà quindi firmata dal nuovo commissario francese  Abrial, ma solo il 26 Aprile  quando i contadini avevano perso ormai ogni fiducia in una Legge,che, seppure poi approvata,fu resa inoperante dal potere baronale.

Tre mesi per l’approvazione di una legge sulla feudalità non sono tanti,ma i contadini,stanchi delle discussioni precedenti,avrebbero voluto una legge subito.

Anche per l’abolizione dei monti familiari,cioè di quei  patrimoni messi insieme da una o più famiglie, dichiarati inalienabili e formanti la dote dei figli,le discussioni furono molto lunghe e l’approvazione avvenne solo dopo il primo Maggio.

 Il Progetto di Costituzione,preparato da Pagano,composta da oltre 400 articoli,richiamò l’attenzione di molti soprattutto per le idee che la ispireranno. “La libertà, la facoltà di opinare,-è scritto infatti nell’Introduzione – di servirsi delle sue forze fisiche, di estrinsecare i suoi pensieri,la resistenza all’oppressione sono modificazioni tutte del primitivo dritto dell’Uomo di conservarsi e di migliorarsi. La libertà è la facoltà dell’Uomo di valersi di tutte le sue forze morali, e fisiche, come gli piace ,colla sola limitazione di non impedire agli altri di far lo stesso. L’Uomo schiavo è un Uomo deteriorato. l’Uomo deve far uso della ragione in tutta l’estensione. La sola limitazione dell’esercizio della facoltà di pensare sono le regole del vero. La tirannia, che inceppa gli spiriti, è più detestabile di quella, che incatena i corpi.”

Tale  proposta non sarà mai approvata. Eppure questo progetto di Costituzione,che si richiamava sì alla costituzione francese, ma con diversi  elementi di novità,sarà utilizzato da molti costituzionalisti moderni.

Molti comunque furono gli atti positivi compiuti dal Governo provvisorio.

Fu approvato il progetto di assistenza,una prima sorte di moderno Welfare, presentato da Domenico Cirillo. Fu creata una vera e propria struttura di assistenza e di aiuto familiare,che fu utilizzata per soddisfare urgenti bisogni,  qualche offerta di lavoro,   per  sistemare ragazze povere nei Conservatori.

Fu approvata la riforma dei  7 banchi. Questi enti morali,simili alle moderne banche, per volontà di Maria Carolina furono trasformati in Istituti controllati dalla corte.

I banchi furono trovati dai repubblicani con fedi di credito non coperte per 35 milioni di ducati. Questo debito,dopo lunghe discussioni,fu assunto come proprio dal nuovo governo. La decisione sarà  avversata da molti,soprattutto da Cuoco e dalla Pimentel.

Altri provvedimenti saranno approvati dal governo,come la Legge costitutiva   dell’Istituto Nazionale di ricerca,le leggi sull’obbligo della rendicontazione da parte dei funzionari pubblici,sulla  Guardia nazionale,sul rafforzamento della vigilanza, sulla stampa.

Furono abolite la  tassa del testatico, da cui erano esclusi solo i nobili, la tassa sul grano, la gabella sul pesce.

Nell’ambito della proposta di un nuovo ordinamento giudiziario,furono  abolite la tortura e la carcerazione per debiti,fu istituito il Giudice di pace e sancito il diritto che l’accusato e l’accusatore potevano ricusare fino a due giudici. Fu approvato il nuovo Codice militare

Tutto avvenne però con molti contrasti,con dimissioni,con conflitti col generale in capo e con il Direttorio,che non riconobbe mai questo governo, con eccessive mediazioni,con rinvii e ritardi,che a volte fecero perdere efficacia politica ai provvedimenti,

Da qui l’indebolimento  del governo.

L’atto finale fu  lo  scontro tra i due generali Girardon e Manthonè,che bocciò il piano di difesa del primo  ipotecando negativamente la sorte finale  della Repubblica.

In conclusione l’esperienza repubblicana del ’99 fu quella di una giovane democrazia che fece dell’allargamento dei poteri,della moltiplicazione degli organismi,del confronto tra le posizioni,della dialettica,  gli strumenti essenziali della sua azione politica. Le diverse anime, presenti nel governo,nei comitati,nelle commissioni spesso furono un arricchimento,ma a volte anche  un elemento di paralisi.

E’ la natura dei regimi democratici,che non sempre trovano le  giuste regole per ricomporre conflitti e per gestire la partecipazione dei cittadini.

Forse la decisione di partire con una struttura di governo  parcellizzata in molti  comitati e commissioni,non fu propria  quella giusta  nella situazione di un’emergenza creata per gran parte dai progetti di rivincita da parte dei Borbone,in parte dai contrasti con il Direttorio,in parte dalle dimensioni territoriali troppo estese della nuova Repubblica.

Le scelte del nuovo Stato   poi furono quelle di chiudere con il passato borbonico. Non ci fu infatti  una fase di transizione,che in genere si ha anche a seguito di cambiamenti rivoluzionari. Le aspirazioni alla libertà del popolo napoletano,negata per secoli e l’influenza dei tanti comitati patriottici, spinsero in direzione di una rottura col passato.

In non poche occasioni si dovette però fare marcia indietro come con la divisione del territorio in Dipartimenti,con la elezione dei rappresentanti della municipalità,come in parte anche sull’abolizione dei feudi. In queste revisioni di norme già approvate  si inserirono spesso esponenti della ricca borghesia terriera,i cui rappresentanti in massa conquistarono il governo delle municipalità. Spesso contro questa borghesia erano gli stessi nobili a sostenere la Repubblica e a piantare alberi della libertà. Si crearono perciò situazioni poco chiare  nei soggetti sociali sostenitori del nuovo Stato.

 Il sanfedismo lavorò molto su queste difficoltà e sul conseguente  malcontento  dei ceti popolari, mandando nelle case di contadini e artigiani sacerdoti a fare campagna contro la Repubblica e minacciando chi coltivava sentimenti repubblicani.

In questo scontro il Cardinale Ruffo e il suo esercito della santa fede provocheranno  una rottura storica tra borghesi e contadini,tra contadini e movimento repubblicano,rottura che sarà pagata duramente  dal popolo meridionale.

La conclusione fu terribilmente tragica.

 Il primo atto fu compiuto dal “civile”Nelson, che farà impiccare senza un processo all’albero della sua nave uno dei più grandi ammiragli del tempo,Francesco Caracciolo.Seguirono a migliaia arresti e condanne;oltre cento furono mandati  a morte,scelti tra la migliore intellettualità di Napoli e del Sud.

 Napoli divenne teatro di una delle più orribili tragedie della storia,con violenze inaudite sulla popolazione da parte di criminali e delinquenti liberati dalle carceri,con assedi di case,con ruberie varie,con accensione di falò in vari punti della città,su cui venivano bruciati alla rinfusa cittadini feriti,morenti e morti con macabre scene di cannibalismo.

La Napoli della cultura e capitale europea della musica divenne preda di un’animalità, che sfogò tutti  i suoi istinti bestiali e perversi.

La storia di Napoli però non finirà qui;aprirà le porte ad un’altra storia,quella risorgimentale.Pagano prima di salire sul patibolo avrebbe detto”Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma l’Italia, o signori, si farà”.

Le idee e il sacrificio di questi uomini  contribuiranno a dare un’anima alla nazione e tracceranno  quella linea di pensiero  lungo la quale si collocheranno  pensatori come Silvio e Bertrando Spaventa(Teoria dello Stato),Francesco De Sanctis(Identità nazionale),Antonio Labriola(La necessità di un’organizzazione politica della società,l’antimetafisica e la filosofia della prassi),Antonio Gramsci(Il blocco storico,il ruolo degli intellettuali e il partito politico),Piero Gobetti(Conciliazione di Socialismo e liberalismo,la visione morale della politica) e Benedetto Croce(Lo storicismo e l’azione delle forze morali operanti nella storia,il legame tra la Repubblica Napoletana del ‘99 e il Risorgimento italiano).

Su  questa linea saranno fissati i principi di una nazione democratica e di quella  nuova società, nella quale viviamo ancora noi.

Biografia

Tommaso Zarrillo,nato a Marcianise nel 1948,ha militato in movimenti cattolici ed è stato tra i fondatori del Movimento Giovanile Missionario nel 1972. Laureato in lettere classiche nel 1972 e in Filosofia nel 1974 presso L’Università degli Studi”Federico II” di Napoli,è stato assistente della Cattedra di Letteratura italiana;ha pubblicato saggi,rassegne e recensioni su Pirandello,Pavese, Sbarbaro,Betti,Quasimodo,Rea  e sulla poesia del ‘900.  Ha scritto su giornali e riviste. E’ stato iscritto al PCI e PDS ed ha ricoperto diversi incarichi politico-istituzionali. E’stato capogruppo alla Provincia di Caserta e componente degli organismi provinciali e della direzione regionale del PCI e del PDS. E’ stato Consigliere comunale di Marcianise dal 1978 al 2001,Consigliere provinciale dal 1985 al 1992, Sindaco di Marcianise dal 1993 al 1997.  Ha insegnato Materie letterarie,Latino e Greco in diversi Licei della Provincia di Napoli e Caserta. E’ stato vincitore del concorso per Dirigenti scolastici nel 2007, anno in cui fu assegnato al Liceo artistico”Luca Giordano” di Aversa. Dal 2008 fino al 2013 è stato Dirigente scolastico del Liceo classico”D. Cirillo”di Aversa. Attualmente è presidente dell’Associazione Italiana di cultura classica, delegazione di Terra di Lavoro.


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